domenica 24 marzo 2013

L’olivo e le sue leggende


« Mi rivolgo a voi che avete il plauso di aver toccato con le mani la leggenda… »
Ricorre oggi la domenica delle Palme che nella tradizione cristiana ricorda l’ingresso trionfale a Gerusalemme di Gesù.
In occasione della sua ultima pasqua Gesù si recò nella città santa di Gerusalemme ove fu accolto come Messia dalla folla festante che lo acclamò gridando “Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore” e agitando rami d’ulivo e di palma.
Leggende sacre e profane, riti religiosi e simbolici, raffigurazioni mitologiche avvalorano l’importanza storica della cultura dell’olivo e il suo grande valore simbolico.
Dice la Bibbia che nel momento in cui gli alberi decisero di eleggere un Re, il primo ad essere designato come più meritevole di questa suprema dignità fu l’ulivo il quale, malgrado le vivaci insistenze rivoltegli, declinò l’incarico giustificando il suo rifiuto per il fatto che le cure del governo avrebbero potuto distrarlo dalla importante missione affidatagli da Dio a vantaggio degli uomini.
Racconta la leggenda che Noè dopo il diluvio universale fece uscire una colomba dall’arca e questa ritornò con un ramoscello di ulivo tra il becco, segno che le acque si erano ritirate e che la pace era sulla terra. Da qui la colomba assurge a simbolo di pace, con o senza ramoscello d’ulivo.
Sull’Acropoli di Atene esiste una pianta d’olivo che sembra abbia dato origine al mito. Scolpita sul frontone del Partenone, la mitologia greca tramanda che un giorno avvenne una contesa presso gli Dei dell’Olimpo, in particolare fra Poseidone (Nettuno per i romani) e Atena (Minerva per i romani) per la signoria dell’Attica; una nuova città stava nascendo sulle mosse colline: il destino aveva preparato per essa molte glorie. Non aveva ancora nome che le due divinità se ne disputavano ferocemente il possesso e Zeus (Giove per i romani), che quel giorno era di ottimo umore (non doveva tenere a bada gli amanti di Era né trasformarsi in pioggia per amare una donna), stabilì che avrebbe concesso il dominio (e intitolato la nuova città) a chi tra i due contendenti avesse portato il dono migliore.
Poseidone, scagliò  il suo tridente contro la roccia, fece sgorgare acqua di mare (un’altra fonte parla invece di percuotere la sabbia bagnata della battigia da cui ne scaturì un meraviglioso cavallo bianco che incominciò a correre sul bagnasciuga) asserendo che  con quel gesto gli ateniesi sarebbero stati i dominatori invincibili del mare.

Pàllade Atena invece si portò a ridosso delle mura in costruzione e sfiorò la terra con la sua lancia: d’incanto nacque immediatamente un albero dalle foglie d’argento con delle bacche verdi, l’olivo appunto. Esso serviva per illuminare la notte, per medicare le ferite e per offrire nutrimento alla popolazione. Era evidente che fra il potere che avrebbe procurato guerre e l’albero che avrebbe dato frutti, quindi benessere e pace, il dono di Atena era più utile, quindi fu lei a vincere la sfida, in suo onore la città venne chiamata Atene ed il culto greco le consacrò l’ulivo, che sorse nell’Acropoli a protezione della città di Atene, presidiato dai soldati perché sacro. Questa leggenda era raffigurata nella classica moneta da 100 lire che per molti anni ha circolato in Italia fino ad essere sostituita dall’euro.
A Roma l’olivo era dedicato a Minerva e Giove. I romani, pur nella loro praticità di considerare l’olio d’oliva come merce da esigere dai vinti, da commerciare, da consumare, mutuarono dai Greci alcuni aspetti simbolici dell’olivo. Onoravano i cittadini illustri con corone intrecciate di fronde di olivo, così pure gli sposi il giorno delle nozze; i morti infine venivano inghirlandati per significare di essere vincitori nelle lotte della vita umana.

Fu pianta sacra anche per i Sicelioti, i greci di Sicilia, a cui si deve la sua diffusione nell’isola, la tradizione vuole che l’ateniese Aristeo insegnò agli antichi siciliani come estrarre l’olio, inventando u trappitu (tradizionale oleificio a pressione), e per questo fu onorato con un tempio in suo onore a Siracusa. Ma, fu con la dominazione araba che la coltivazione dell’ulivo si diffuse maggiormente in Sicilia.
L’albero in origine era enorme, con il fusto e i rami diritti, come ogni albero che si rispetti, diritto e liscio come il pioppo.
Una seconda leggenda ci spiega come divenne contorto e spaccato come lo vediamo ora.
Dobbiamo trasferirci molti anni dopo, nel periodo della dominazione romana, quando Gesù Cristo fu condannato alla crocifissione. Alcuni soldati vennero inviati a cercare l’albero che sarebbe servito a fare la croce.
Il bosco cominciò a muoversi come fosse venuto un uragano, nessun albero voleva fare una cosa così atroce. Gli alberi, appena videro gli sgherri, cominciarono a pregare il cielo che gli fosse risparmiata la vita. I cedri e le palme fecero un sospiro di sollievo perché uno degli sgherri disse: “Né palme, né cedri fanno al caso nostro!”
Gli ulivi, invece, si sentirono perduti e così tentarono di sradicarsi, di torcersi, di ingobbirsi e iniziarono a gemere e a piegarsi in un susseguirsi di convulsioni, come se un vento fortissimo stesse squassando i rami e le foglie.
Si piegarono e torsero, talmente tanto che i rami si spezzarono, il tronco si piegò spaccando la corteccia. Alla fine rimasero fermi, impotenti a fuggire, ma inutili per sempre a diventare legno per la croce; i soldati  non riuscirono a trovare un solo tronco che corrispondesse alle necessità e dovettero andare altrove a cercare un altro tipo di albero.
Proseguirono la loro ricerca in un’altra foresta poco distante, una foresta di faggi e querce e fu proprio una grande quercia a dare il legno per la croce, ma gli olivi continuarono a crescere così per ricordare a tutti l’orrore evitato. Da allora l’albero dalle foglie d’argento vive felice di essere brutto ma contento di non essere stato usato per crocifiggere Gesù.

mercoledì 23 gennaio 2013

A Solarino... sulle orme di Paolo!


Si svolgerà alle ore 19 di sabato 26 gennaio, presso l’aula consiliare “Falcone-Borsellino” del comune di Solarino, la conferenza “Sulle orme di Paolo – Viaggio attraverso i segni dell’Apostolo”, patrocinata dalla sezione di Floridia dell’Ente Fauna Siciliana, dall’Associazione Culturale Croche Double Croche e dall’Associazione Keraylès di Solarino.
L’evento trae spunto da una pubblicazione digitale omonima di Giuseppe Mazzarella che, partendo dai simboli iconografici che caratterizzano l’Apostolo delle genti, ripercorre la figura paolina attraverso le tradizioni presenti nell’Altopiano Ibleo e il culto di origine maltese.
Ad introdurre i lavori sarà Giuseppe Lissandrello, direttore della Kerayles Edizioni, la casa editrice che con questa pubblicazione inaugura la sua collana dedicata alle tradizioni del territorio.
Aprirà la serie di interventi lo scrittore Giuseppe Mazzarella con “L’Apostolo nell’arte e nella tradizione iblea”, trattando della figura del santo attraverso alcune rappresentazioni pittoriche ed i simboli ad essa legati. Particolare rilievo sarà dato alla figura del serpente presente quasi esclusivamente nel culto maltese ed in quello di Solarino e della vicina Palazzolo Acreide.
Seconda in scaletta è la relazione del naturalista Paolino Uccello dal titolo “I serpenti negli Iblei” che illustrerà la presenza e le caratteristiche di alcuni rettili presenti sul territorio e di alcuni antichi rimedi per curare i morsi velenosi di animali.
Chiuderà i lavori lo storico Lucia Aparo argomentando sulla figura de “I ciaràuli tra leggenda e realtà”, figura mitica e folcloristica di guaritori presenti proprio in questi luoghi che assumeva particolare visibilità in occasione della festa patronale e che il medico palermitano Giuseppe Pitrè ha trattato in alcuni suoi lavori.
L’e-book che da il titolo all’evento trae spunto da una manifestazione voluta dall’Associazione Culturale Keraylés allo scopo di recuperare le antiche tradizioni legate al territorio di San Paolo Solarino (denominazione in uso fino agli anni ‘20) e del suo Santo patrono. Il 29 luglio 2010 ha infatti organizzato la 1ª edizione del “Keraylés Fest” ovvero “La notte dei ciaràuli”, all’interno dei festeggiamenti dell’apostolo Paolo che culminano nella festa celebrata la prima domenica di agosto.
Sulla scia della salentina “Notte della Taranta”, si è voluto creare un festival che, attraverso arte, suoni e coreografie, riportasse in auge le antiche tradizioni ormai quasi del tutto scomparse e, al contempo, fungesse da elemento catalizzatore per un nuovo turismo culturale capace di attingere al filone della tradizione e del folclore locali.
La pubblicazione, dopo aver sviscerato in tutti i suoi aspetti artistici e folcloristici la figura di San Paolo ed i simboli ad essa legati, effettua un breve excursus attraverso piante ed animali legati all’Apostolo, le figure mitologiche presenti nel folclore, i santi che “fanno concorrenza” nella cura dei morsi velenosi e la gastronomia festiva con le relative ricette, chiudendo con una ricognizione sulle potenzialità turistiche racchiuse nella festa e nel folclore paolino.

martedì 25 dicembre 2012

La sacra rappresentazione della natività cristiana



Secondo un’antica tradizione, il presepe deve essere allestito per l’8 dicembre (festa dell’Immacolata) senza il bambinello che va collocato solo il 25 dicembre (Natale); il 6 gennaio dell’anno nuovo (festa dell’Epifania) si celebra la visita e l’adorazione di Gesù Bambino da parte dei Re Magi che vengono così inseriti nel presepio.
La tradizione vuole che resti esposto ancora per lungo tempo e sia disfatto il 2 febbraio (presentazione di Gesù al Tempio di Gerusalemme), popolarmente conosciuta come “Festa della Candelora” perché in questo giorno si benedicono le candele simbolo di Cristo “luce per illuminare le genti”, come il Bambino Gesù venne chiamato dal vecchio Simeone al momento della presentazione al Tempio. Anticamente nello smontare i presepi si dava in questo giorno per l’ultima volta un bacio al Bambinello Gesù: infatti, la festa della Candelora chiude il periodo delle celebrazioni natalizie ed apre il cammino verso la Pasqua.
Il termine presepe o più correttamente, come riportato nella maggior parte dei dizionari, presepio deriva dal latino praesaepe, propriamente “recinto chiuso, greppia, mangiatoia”: composto da prae = “innanzi”  e  saepes = “recinto”, ovvero luogo che ha davanti un recinto.
Sebbene sia da considerare presepio anche il dipinto o il bassorilievo con la Natività, l’adorazione dei pastori e quella dei Magi, nel significato comune si intende la rappresentazione plastica (a tre dimensioni) della nascita di Gesù che si fa tradizionalmente nelle chiese e nelle case a Natale, con figure ed elementi mobili collocati su uno sfondo che ha al centro la grotta di Betlemme. Il presepio, così come lo rappresentiamo oggi, è frutto di una progressiva evoluzione che si è realizzata nei secoli attraverso la confluenza di più fonti.
Verrebbe istintivamente da pensare che la creazione del presepio sia stata basata, in prevalenza, sulla descrizione dei Vangeli canonici. Ma, ad una lettura attenta degli stessi, si noterà come solo l’evangelista Luca ci fornisce una descrizione della nascita di Gesù: « Maria diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo. » (Luca 2, 7). Marco e Giovanni nulla raccontano sulla vicenda, mentre Matteo si sofferma poco sull’evento.
Incuriosisce poi scoprire, tra l’altro, che asino e bue non sono affatto menzionate nei Vangeli canonici: dunque dove trovano origine tutti gli elementi (personaggi, scenari, oggetti, animali e vegetazione) che caratterizzano il presepe?
Fin dalle origini del cristianesimo, vista la sintetica descrizione fatta dai libri canonici, si diffusero leggende intorno alla Natività che furono poi trascritte in vari testi. Tra questi, furono di particolare ispirazione i Vangeli cosiddetti Apocrifi; si citano al riguardo il Protovangelo di San Giacomo e lo Pseudo-Matteo. Questo avvenimento così familiare e umano se da un lato colpisce la fantasia dei paleocristiani rendendo loro meno oscuro il mistero di un Dio che si fa uomo, dall’altro li sollecita a rimarcare gli aspetti trascendenti quali la divinità dell’infante e la verginità di Maria. Così si spiegano le effigi parietali del III secolo nel cimitero di S. Agnese e nelle catacombe di Pietro e Marcellino e di Domitilla in Roma che ci mostrano una Natività e l’adorazione dei Magi.
A partire dal IV secolo la Natività diviene uno dei temi dominanti dell’arte religiosa e in questa produzione spiccano per valore artistico: la natività e l’adorazione dei magi del dittico a cinque parti in avorio e pietre preziose del V secolo che si ammira nel Duomo di Milano e i mosaici della Cappella Palatina a Palermo, del Battistero di S. Maria a Venezia e delle Basiliche di S. Maria Maggiore e S. Maria in Trastevere a Roma. In queste opere dove si fa evidente l’influsso orientale, l’ambiente descritto è la grotta, che in quei tempi si utilizzava per il ricovero degli animali, con gli angeli annuncianti mentre Maria e Giuseppe sono raffigurati in atteggiamento ieratico simili a divinità o, in antitesi, come soggetti secondari quasi estranei all’evento rappresentato. Dal secolo XIV la Natività è affidata all’estro figurativo degli artisti più famosi che si cimentano in affreschi, pitture, sculture, ceramiche, argenti, avori e vetrate che impreziosiscono le chiese e le dimore della nobiltà o di facoltosi committenti dell’intera Europa, valgano per tutti i nomi di Giotto, Filippo Lippi, Piero della Francesca, il Perugino, Dürer, Rembrandt, Poussin, Zurbaran, Murillo, Correggio, Rubens e tanti altri.
La tradizione, prevalentemente italiana, risale però all’epoca di San Francesco d’Assisi che nel 1223 realizzò a Greccio la prima rappresentazione vivente della Natività. Sebbene esistessero anche precedentemente immagini e rappresentazioni della nascita del Cristo, queste non erano altro che “sacre rappresentazioni” delle varie liturgie celebrate nel periodo medievale. L’idea era venuta al Santo d’Assisi nel Natale del 1222, quando a Betlemme ebbe modo di assistere alle funzioni per la nascita di Gesù; Francesco rimase talmente colpito che, tornato in Italia, chiese al Papa Onorio III di poter ripetere le celebrazioni per il Natale successivo. A quei tempi le rappresentazioni sacre non potevano tenersi in chiesa, il Papa gli permise di celebrare una messa all’aperto. Fu così che, la notte della Vigilia di Natale del 1223, a Greccio, in Umbria, San Francesco allestì il primo presepe vivente della storia. I contadini del paese accorsero nella grotta, i frati con le fiaccole illuminavano il paesaggio notturno e all’interno della grotta fu posta una greppia riempita di paglia con accanto il bue e l’asinello. Il ricordo di questo evento è stato tramandato dal francescano Tommaso da Celano (1190-1260 ca) e magistralmente dipinto da Giotto nell’affresco della Basilica Superiore di Assisi.
Fu poi l’ordine Francescano e successivamente i domenicani e i gesuiti che diedero, non solo in Italia, dall’Alto Adige alla Sicilia, ma in tutta l’Europa centrale impulso alla costruzione di presepi divenuti talora permanenti, sia a figure mobili, sia fissi, in pietra o in terracotta, spesso di gigantesche dimensioni, tipici dell’Italia centromeridionale. Il più antico presepio d’Italia almeno in parte conservato può considerarsi quello dell’oratorio del Presepio nella cripta sotto la Cappella Sistina in Santa Maria Maggiore a Roma, scolpito nel legno nel 1280 circa da Arnolfo di Cambio; sono superstiti i tre Magi, San Giuseppe, il bue, l’asino; rifatti la Madonna e il Bambino nel XVI sec. Da allora e fino alla metà del 1400 gli artisti modellano statue di legno o terracotta che sistemano davanti a un fondale pitturato riproducente un paesaggio che fa da sfondo alla scena della Natività; il presepe è esposto all’interno delle chiese nel periodo natalizio. Culla di tale attività artistica fu la Toscana, ma ben presto il presepe si diffuse nel regno di Napoli ad opera di Carlo III di Borbone e nel resto degli Stati italiani.
Nel 1517 San Gaetano da Thiene ebbe la visione della Vergine che gli offriva in braccio il Bambino, con accanto San Giuseppe e San Girolamo, mentre nel 1534, allestisce un presepe nella Chiesetta di Santa Maria della “Stalletta” a Napoli; viene considerato così come uno dei precursori del presepe a dimensione familiare.
Nel ‘600 e ‘700 gli artisti napoletani danno alla sacra rappresentazione un’impronta naturalistica inserendo la Natività nel paesaggio campano ricostruito in scorci di vita che vedono personaggi della nobiltà, della borghesia e del popolo rappresentati nelle loro occupazioni giornaliere o nei momenti di svago: nelle taverne a banchettare o impegnati in balli e serenate. Ulteriore novità è la trasformazione delle statue in manichini di legno con arti in fil di ferro, per dare l’impressione del movimento, abbigliati con indumenti propri dell’epoca e muniti degli strumenti di svago o di lavoro tipici dei mestieri esercitati e tutti riprodotti con esattezza anche nei minimi particolari. Questo per dare verosimiglianza alla scena delimitata da costruzioni riproducenti luoghi tipici del paesaggio cittadino o campestre: mercati, taverne, abitazioni, casali, rovine di antichi templi pagani. A tali fastose composizioni davano il loro contributo artigiani vari e lavoranti delle stesse corti regie o la nobiltà, come attestano gli splendidi abiti ricamati che indossano i Re Magi o altri personaggi di spicco, spesso tessuti negli opifici reali di S. Leucio. In questo periodo si distinguono anche gli artisti liguri in particolare a Genova, e quelli siciliani che, in genere, si ispirano sia per la tecnica che per il realismo scenico, alla tradizione napoletana con alcune eccezioni come ad esempio l’uso della cera a Palermo e Siracusa o le terracotte dipinte a freddo di Savona e Albisola. Sempre nel ‘700 si diffonde il presepio meccanico o di movimento che ha un illustre predecessore in quello costruito da Hans Schlottheim nel 1588 per Cristiano I di Sassonia. La diffusione a livello popolare si realizza pienamente nel ‘800 quando ogni famiglia in occasione del Natale costruisce un presepe in casa riproducendo la Natività secondo i canoni tradizionali con materiali - statuine in gesso o terracotta, carta pesta e altro - forniti da un fiorente artigianato. In questo secolo si caratterizza l’arte presepiale della Puglia, specialmente a Lecce, per l’uso innovativo della cartapesta, policroma o trattata a fuoco, drappeggiata su uno scheletro di fil di ferro e stoppa. A Roma le famiglie importanti per censo e ricchezza gareggiavano tra loro nel farsi costruire i presepi più imponenti, ambientati nella stessa città o nella campagna romana, che permettevano di visitare ai concittadini e ai turisti. Famosi quello della famiglia Forti posto sulla sommità della Torre degli Anguillara, o della famiglia Buttarelli in via De’ Genovesi riproducente Greccio e il presepe di S. Francesco o quello di Padre Bonelli nel Portico della Chiesa dei Santi XII Apostoli, parzialmente meccanico con la ricostruzione del lago di Tiberiade solcato dalle barche e delle città di Gerusalemme e Betlemme. Dal XVII secolo il presepe iniziò a diffondersi anche nelle case dei nobili sotto forma di “soprammobili” o di vere e proprie cappelle in miniatura anche grazie all’invito del papa durante il Concilio di Trento poiché ammirava la sua capacità di trasmettere la fede in modo semplice e vicino al sentire popolare.
A Bologna venne istituita la Fiera di Santa Lucia quale mercato annuale delle statuine prodotte dagli artigiani locali, che viene ripetuta ogni anno, ancora oggi, dopo oltre due secoli.
Oggi dopo l’affievolirsi della tradizione negli anni ‘60 e ‘70, causata anche dall’introduzione dell’albero di Natale, il presepe è tornato a fiorire grazie all’impegno di religiosi e privati che con associazioni come quelle degli Amici del Presepe, Musei tipo il Brembo di Dalmine di Bergamo, Mostre, tipica quella dei 100 Presepi nelle Sale del Bramante di Roma; dell’Arena di Verona, rappresentazioni dal vivo come quelle della rievocazione del primo presepio di S. Francesco a Greccio e i presepi viventi di Rivisondoli in Abruzzo o Revine nel Veneto e soprattutto la produzione di artigiani presepisti, napoletani e siciliani in special modo, eredi delle scuole presepiali del passato, hanno ricondotto nelle case e nelle piazze d’Italia la Natività e tutti i personaggi della simbologia cristiana del presepe.

Simbologia e origine delle ambientazioni
L’iconografia del presepio ebbe un impulso nel Quattrocento grazie ad alcuni grandi maestri della pittura: il Botticelli nell’Adorazione dei Magi (Firenze, Galleria degli Uffizi) raffigurò personaggi della famiglia Medici. Il presepe moderno indica una ricostruzione tradizionale della natività di Gesù Cristo durante il periodo natalizio: si riproducono quindi tutti i personaggi e i posti della tradizione, dalla grotta alle stelle, dai Re Magi ai pastori, dal bue e l’asinello agli agnelli, e così via. La rappresentazione può essere sia vivente che iconografica. Attualmente, si vanno diffondendo anche i presepi meccanici, con movimento sincronizzato dei personaggi.
Il presepe è una rappresentazione ricca di simboli, alcuni di questi provengono direttamente dal racconto evangelico: sono riconducibili al racconto di Luca la mangiatoia, l’adorazione dei pastori e la presenza di angeli nel cielo. Altri elementi appartengono ad una iconografia propria dell’arte sacra: Maria ha un manto azzurro che simboleggia il cielo, San Giuseppe ha in genere un manto dai toni dimessi a rappresentare l’umiltà.
Molti particolari scenografici nei personaggi e nelle ambientazioni del presepe traggono inoltre ispirazione dai Vangeli apocrifi e da altre tradizioni. Il bue e l’asinello, simboli immancabili di ogni presepe aggiunti da Origene, derivano dal cosiddetto protovangelo di Giacomo oppure da un’antica profezia di Isaia che scrive “Il bue ha riconosciuto il suo proprietario e l’asino la greppia del suo padrone”. Sebbene Isaia non si riferisse alla nascita del Cristo, l’immagine dei due animali venne utilizzata comunque come simbolo degli ebrei (rappresentati dal bue) e dei pagani (rappresentati dall’asino).
Anche la stalla o la grotta in cui Maria e Giuseppe avrebbero dato alla luce il Messia non compare nei Vangeli canonici: sebbene Luca citi i pastori e la mangiatoia, nessuno dei quattro evangelisti parla esplicitamente di una grotta o di una stalla. In ogni caso a Betlemme la Basilica della Natività sorge intorno a quella che è indicata dalla tradizione come la grotta ove nacque Cristo e anche quest’informazione si trova nei Vangeli apocrifi. Tuttavia, l’immagine della grotta è un ricorrente simbolo mistico e religioso per molti popoli soprattutto del settore mediorientale: del resto si credeva che anche Mitra, una divinità persiana venerata anche tra i soldati romani, fosse nato da una pietra.
I Magi invece derivano dal Vangelo di Matteo e dal Vangelo armeno dell’infanzia. In particolare, quest’ultimo fornisce informazioni sul numero e il nome di questi sapienti orientali: fa i nomi di tre sacerdoti persiani (Melkon, Gaspar e Balthasar), anche se non manca chi vede in essi un persiano (recante in dono oro, simbolo della regalità), un arabo meridionale (recante l’incenso, simbolo della divinità) e un etiope (recante la mirra, simbolo dell’umanità e della passione).
Così i re magi entrarono nel presepe, sia incarnando le ambientazioni esotiche sia come simbolo delle tre popolazioni del mondo allora conosciuto, ovvero Europa, Asia e Africa. Anche il numero dei Magi fu piuttosto controverso, venne definitivamente stabilito in tre, come i doni da loro offerti, da un decreto papale di Leone I Magno, mentre prima di allora oscillava fra due e dodici, con una duplice interpretazione, quali rappresentanti delle tre età dell’uomo: gioventù, maturità e vecchiaia e delle tre razze in cui si divide l’umanità: la semita, la giapetica e la camita secondo il racconto biblico.
Ancora gli angeli, esempi di creature superiori, Maria e Giuseppe, rappresentati a partire dal XIII secolo in atteggiamento di adorazione proprio per sottolineare la regalità dell’infante, e infine i pastori come l’umanità da redimere: già al momento della sua nascita, come avverrà anche alla sua morte, Gesù si mostra per primo ai peccatori. Gesù disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori». (Marco 2, 17) E infatti, così come avviene per i samaritani, anche i pastori erano una categoria malfamata per il popolo ebreo e proprio a loro il Messia si mostra per primo.
Tuttavia, alcuni aspetti derivano da tradizioni molto più recenti. Il presepe napoletano, per esempio, aggiunge alla scena molti personaggi popolari, osterie, commercianti e case tipiche dei borghi agricoli, tutti elementi palesemente anacronistici. Tra le più recenti rappresentazioni della Natività non è difficile ammirare delle opere di artisti contemporanei ambientate in luoghi particolari come grattacieli ultramoderni o periferie di metropoli, riconoscendo tra i tanti pastori alcuni personaggi famosi e ogni anno ne vengono aggiunti di nuovi: da Clinton a Ciampi, da Totò a Troisi etc. Un presepe genovese, in particolare, ha in sé una singolare autocitazione: raffigura, infatti, un gruppo di popolane intente a vendere materiali per realizzare presepi. Questa è comunque una caratteristica di tutta l’arte sacra, che, almeno fino al XX secolo, ha sempre rappresentato gli episodi della vita di Cristo con costumi ed ambientazioni contemporanee all’epoca di realizzazione dell’opera. Anche questi personaggi sono spesso funzionali alla simbologia. Ad esempio il male è rappresentato nell’osteria e nei suoi avventori, mentre il personaggio di Ciccibacco, che porta il vino in un carretto con le botti, impersona il Diavolo. Nel presepe bolognese, invece, vengono aggiunti alcuni personaggi tipici, la Meraviglia, il Dormiglione e, di recente, la Curiosa.
In Italia i presepi si differenziano da regione a regione piuttosto per i diversi prodotti e materiali utilizzati per ricreare la scena della nascita del bambino Gesù. Il presepe napoletano o partenopeo si caratterizza per la costruzione di pastori in terracotta, il presepe genovese si realizza con pastori in legno, il presepe pugliese utilizza la carta pesta per realizzare il prodotto finito, il presepe siciliano viene realizzato con l’aggiunta di prodotti tipici siciliani, come rami d’arancio e di mandarino e sul quale si utilizzano diversi materiali come corallo, madreperla ed alabastro, tutti prodotti tipici della Sicilia. Un museo del presepe a Palazzolo Acreide accoglie le realizzazioni artistiche dell’avv. Giovanni Leone che ha incastonato la Natività in tre differenti ambientazioni locali. Il presepio Trentino è imparentato con le sculture lignee del Tirolo e trova una tipica ambientazione in alcune produzioni caratteristiche e originali, soprattutto nelle valli laterali dell’Adige come testimoniano tra gli altri i presepi di Tesero, in valle di Fiemme.

La tradizione dei larii
Per comprendere la tradizione e la genesi del moderno presepe, può essere utile ricordare la figura del lari (lares familiares), profondamente radicata nella cultura etrusca e latina.
I lari erano gli antenati defunti che, secondo le tradizioni romane, vegliavano sul buon andamento della famiglia. Ogni antenato veniva rappresentato con una statuetta, di terracotta o di cera, chiamata sigillum (da signum = segno, effigie, immagine).
Le statuette venivano collocate in apposite nicchie e, in particolari occasioni, onorate con l’accensione di una fiammella, consuetudine odierna per la ricorrenza dei defunti. In prossimità del solstizio d’inverno si svolgeva la festa detta Sigillaria (20 dicembre), durante la quale i parenti si scambiavano in dono i sigilla dei familiari defunti durante l’anno. In attesa della festa, il compito dei bimbi delle famiglie riunite nella casa patriarcale, era di lucidare le statuette e disporle, secondo la loro fantasia, in un piccolo recinto nel quale si rappresentava un ambiente bucolico in miniatura. Nella vigilia della festa, dinnanzi al recinto, la famiglia si riuniva per invocare la protezione degli avi e lasciare ciotole con cibo e vino. Il mattino seguente, al posto delle ciotole, i bambini trovavano giocattoli e dolci, “portati” dai loro trapassati nonni e bisnonni (altra usanza ancora viva nelle regioni italiche del meridione).
Dopo l’assunzione del potere nell’impero (IV secolo), i cristiani tramutarono alcune feste tradizionali in feste cristiane, mantenendone parte dei riti e delle date, ma mutando i nomi e i significati religiosi. Essendo una tradizione molto antica e particolarmente sentita (perché rivolta al ricordo dei familiari defunti), la rappresentazione dei larii sopravvisse nella cultura rurale con parte del significato originario almeno fino al XV secolo e, in alcune regioni italiane, anche oltre.

domenica 11 novembre 2012

Il mantello di San Martino

Se dovessimo distinguere Martino in mezzo agli altri risulterebbe alquanto difficile, è quasi sempre rappresentato nella scena più conosciuta della sua vita: il taglio del mantello!

Venerato come santo dalla Chiesa cattolica, dalla Chiesa ortodossa e da quella copta. È uno tra i primi santi non martiri proclamati dalla Chiesa. Era nativo di Sabaria Sicca (l'odierna Szombathely), in Pannonia (oggi Ungheria). La ricorrenza cade l'11 novembre, giorno dei suoi funerali a Tours. Il padre, un ufficiale dell'esercito dell'Impero Romano residente in Pannonia, gli diede il nome di Martino in onore di Marte, il dio della guerra. Con la famiglia il giovane Martino si spostò a Pavia, dove trascorse la sua infanzia e dove, contro la volontà dei suoi genitori, cominciò a frequentare le comunità cristiane. A quindici anni, in quanto figlio di un ufficiale, dovette entrare nell'esercito e venne quindi inviato in Gallia.
Quando Martino era ancora un militare, ebbe la visione che divenne l'episodio più narrato della sua vita e quello più usato dall'iconografia e dalla aneddotica. Si trovava alle porte della città di Amiens con i suoi soldati quando incontrò un mendicante seminudo. D'impulso tagliò in due il suo mantello militare e lo condivise con il mendicante. Quella notte sognò che Gesù si recava da lui e gli restituiva la metà di mantello che aveva condiviso. Udì Gesù dire ai suoi angeli: «Ecco qui Martino, il soldato romano che non è battezzato, egli mi ha vestito». Quando Martino si risvegliò il suo mantello era integro. Il mantello miracoloso venne conservato come reliquia ed entrò a far parte della collezione di reliquie dei re Merovingi dei Franchi. Il termine latino per "mantello corto", cappella, venne esteso alle persone incaricate di conservare il mantello di san Martino, i cappellani, e da questi venne applicato all'oratorio reale, che non era una chiesa, chiamato cappella.

mercoledì 31 ottobre 2012

Halloween e Ognissanti


Sono passati pochi anni dall’introduzione della festa di Halloween e già si è bene ambientata nella nostra cultura, grazie anche alle varie promozioni commerciali che l’hanno accompagnata. I più grandicelli la ricordano come una festa tipicamente americana, spesso vista in qualche film magari horror, essa tuttavia ha antichissime radici europee addirittura di epoche precristiane. Sembra infatti risalire al 4000 a.C. quando le popolazioni tribali usavano dividere l’anno in due parti in base alla transumanza del bestiame: nel periodo fra ottobre e novembre la terra si prepara all’inverno ed era necessario, come lo è anche adesso, ricoverare il bestiame in luogo chiuso per garantirgli la sopravvivenza alla stagione fredda.
La ricorrenza si diffonde con i Celti (all’incirca nel 2300 a.C.) che iniziano a spostarsi dall’area del Mar Mediterraneo fino alle coste più settentrionali nelle isole Britanniche. Loro festeggiavano la fine dell’estate con Samhain, il loro capodanno, che in gaelico significa infatti “fine dell’estate”. A sera tutti i focolari venivano spenti e riaccesi dal sacro falò curato dai Druidi a Tlachtga, vicino alla reale collina di Tara.
Nella dimensione ciclica del tempo seguita dai Celti, Samhain si trovava in un punto fuori dalla dimensione temporale, che non apparteneva né all’anno vecchio e neppure al nuovo: in questo momento il velo che divideva dalla terra dei morti si assottigliava ed i vivi potevano accedervi. Credevano che il 31 ottobre, l’ultimo giorno dell’anno secondo l’antico calendario celtico, il signore della morte radunava le anime dei defunti che dovevano essere fatti entrare nel corpo degli animali e decideva quale forma dovessero prendere l’anno seguente. I gatti vennero ritenuti sacri poiché si credeva che una volta erano esseri umani trasformati per cattive azioni. I celti non temevano i propri morti e lasciavano per loro del cibo sulla tavola in segno di accoglienza per quanti facessero visita ai vivi: da qui l’usanza americana del trick or treating, il “dolcetto o scherzetto” che conosciamo.
Oltre a non temere gli spiriti dei defunti, i Celti non credevano nei demoni quanto piuttosto nelle fate e negli elfi, entrambe creature considerate però pericolose: le prime per un supposto risentimento verso gli esseri umani; i secondi per le estreme differenze che intercorrevano appunto rispetto all’uomo.
Secondo la leggenda, nella notte di Samhain questi esseri erano soliti fare scherzi anche pericolosi agli uomini e ciò ha fatto nascere e perpetuarsi molte altre storie terrificanti spesso riprese dalla cinematografia fantasy e horror che gli ha attribuito l’appellativo di “notte delle streghe”.
I Romani cercarono di sovrapporvi la festa del raccolto dedicata a Pomona (la dea dei frutti degli alberi) nel tentativo di staccare il popolo britannico dal legame con i Druidi, la loro casta di sacerdoti-re-guerrieri. Sebbene i druidi furono messi fuori legge dai romani durante il loro governo della Britannia, le tradizioni di Halloween di origine druidica si diffusero in Irlanda, Scozia e Inghilterra. L’uso di frutti e nocciole per Halloween fu derivato dalla festa romana di Pomona.
Anche il Cristanesimo tentò di incorporare le vecchie festività pagane dando loro una connotazione compatibile con il suo messaggio e papa Bonifacio IV istituì la festa di tutti i santi, collocandola nel medesimo periodo di Samhain. Le popolazioni celtiche cominciarono a non fare più differenza tra le due e già nel 1500 si era quasi del tutto persa la memoria della vecchia tradizione, anche grazie alla politica della chiesa di Roma volta a sopprimere ogni festa di tipo pagano legata a questa ricorrenza.
Nei paesi di lingua anglosassone la festa divenne Hallowmas (1 novembre) che significa: una messa in onore dei santi; la vigila divenne Hallows Eve (31 ottobre) che si trasformò nel nome attuale: Halloween. Coloni e immigrati portarono le loro tradizioni con sé negli Stati Uniti.
Nella prima metà del secolo la connotazione di “notte degli scherzi” o “notte del diavolo” porta spesso la gente ad abbandonarsi all’anarchia con ricorrenti gli atti di vandalismo; oggi tuttavia la festa viene particolarmente combattuta dalla Chiesa per i suoi possibili richiami al mondo dellocculto.
Dopo il secondo conflitto mondiale i bambini si impossessarono della festa, anche grazie alle aziende, che dedicarono loro tutta una serie di costumi, dolci e gadget trasformandola in un grosso affare commerciale ed in una specie di “carnevale d’inverno”.
Col tempo la festa ha aggiunto altre tradizioni più moderne di cui la più nota rimane tuttavia quella delle zucche svuotate e intagliate con una candela accesa al loro interno seguendo la leggenda di Jack Lanterna. La tradizione di intagliare zucche con volti minacciosi e porvi luci all’interno nasce dall’idea che i defunti vaghino per la terra con dei fuochi in mano e cerchino di portare via con se i vivi: è bene quindi che i vivi si muniscano di una faccia orripilante con un lume dentro per ingannare i morti, divenuto il simbolo della festa, che gli americani chiamano appunto Jack o’ lantern.
Da noi vige l’usanza che i morti portino durante la notte dei doni ai bambini, così come avviene per Santa Lucia, Babbo Natale e la Befana, in alcune località durante la notte che volge al primo novembre mentre in altre durante la notte che volge al 2 novembre, ricorrenza dei fedeli defunti. Un’antica tradizione vuole che durante la notte che precede il 2 novembre e quella che segue, passata la mezzanotte non si debba andare in giro. Si corre il rischio di incontrare le anime defunte che tornano alle loro antiche case per poi ritornare la notte seguente alla loro dimora. Come si può ben vedere anche le nostre tradizioni hanno i loro spiriti. Se poi si vuol tenere conto del nostro spirito festoso e consumistico si ricorda la tradizionale fiera dei morti che si svolge ogni anno a Siracusa, un’occasione per andare fra le variegate bancarelle ad acquistare dolci e giocattoli per i nostri bambini. 
Da qualche anno le riviste di cucina si popolano di "mostruose" preparazioni di Halloween, come biscotti a forma di fantasmini, muffin e torte decorati con ragni, pipistrelli e cappelli di streghe (spesso in pasta di zucchero), bignole salate ribattezzate cervelli di zombie, ma l'elemento che spopola fra tutti sono le dita di strega, sia nella versione dolce che in quella salata.

sabato 29 settembre 2012

San Michele l’angelo guerriero


Capo delle milizie celesti in lotta contro il male, insieme con Gabriele e Raffaele è uno dei sette arcangeli che stanno di fronte al trono di Dio.
Il nome, come tanti altri dell’onomastica ebraica (tra cui anche gli altri due arcangeli), ha carattere teoforico, cioè porta in sé il nome di Dio; deriva infatti dalla frase mi kha El? che significa “chi (è) come Dio?”, il grido di battaglia dell’Arcangelo nella lotta contro i demoni. El è infatti l’abbreviazione di “Elhoim”, “Dio”, che per gli ebrei non può essere scritto interamente. Attraverso il greco antico giunge alla lingua latina dove il nome diviene Michaelem, mentre il grido è tradotto in Quis ut Deus?, frase che appare spesso nell’iconografia e nelle decorazioni a lui riferite.
Il culto dell’Arcangelo Michele è di origine orientale, fu l’imperatore Costantino I a partire dal 313 d.C. a tributargli una particolare devozione, mentre alla fine del V secolo abbiamo l’apparizione dell’arcangelo sul Monte Gargano in Puglia, ove sorge tutt’oggi il santuario a lui dedicato. Nel 590, papa Gregorio I vide apparire su Castel Sant’Angelo San Michele che deponeva la spada nel fodero, segno che la terribile epidemia sarebbe cessata, apparve ancora nel 709 a sant’Uberto, vescovo di Avranches, chiedendo che gli fosse costruita una chiesa sulla roccia dell’isolotto francese di Mont Saint-Michel.
Infine è anche presente nella “Chanson de Roland” ove è chiamato San Michele del Mare del Periglio, poiché salva gli uomini dal peccato o mare del pericolo, quando viene a prendere l’anima di Orlando insieme a San Gabriele e ad un cherubino.
L’iconografia bizantina predilige l’immagine dell’arcangelo in abiti da dignitario di corte (con il loron) rispetto a quella del guerriero che combatte il demonio o che pesa le anime, più adottata invece in Occidente.
Riguardo a quest’ultima abbiamo due differenti correnti, la prima si riferisce ai passi dell’Apocalisse e si rifà al periodo medievale: è quasi sempre raffigurato come guerriero alato che incalza il drago dalle sette teste raffigurante Satana (Ap 12, 7-9), l’immagine ricorre molto frequentemente nelle chiese dedicate a San Michele. Egli indossa una cotta di maglie ed è armato di uno scudo (su cui è inciso il motto Quis ut Deus), e di una spada o di una lancia, o di entrambe. Sotto ai piedi del Santo che sta per ucciderlo, rappresentato come drago, si trova Satana. Una variante a questo schema è rappresentata dal diavolo, con fattezze umane ed ali di drago, caduto tra le fiamme. L’immagine più conosciuta è quella dipinta dal bolognese Guido Reni in cui l’Arcangelo, con la spada alzata sulla destra che punta la sua vittima, è sul punto d’uccidere il demonio a cui schiaccia la testa col piede sinistro, mentre sulla mano sinistra tiene delle catene. Ripresa poi successivamente dagli altri pittori, alcune volte con la bilancia al posto delle catene.
Certamente ispirato al prototipo reniano è l’olio su tela del pittore messinese Antonino Bova collocato sull’altare maggiore della chiesa di San Michele a Palazzolo Acreide, datato tra l’ottavo e il nono decennio del Seicento. Il simulacro che si conserva dietro questa pala d’altare presenta invece il Santo con l’armatura d’oro, la spada e lo scudo, mentre il demonio sotto i piedi ha una colorazione molto scura.
Solitamente l’Arcangelo è privo di elmo con i capelli al vento, le poche varianti con l’elmo, come quella della vicina cittadina di Canicattini Bagni, sono certamente da far risalire all’altra corrente iconografica riferita al culto dei sette Arcangeli.
Questa sorse a Palermo per la devozione del prete cefaludense Antonio Duca, quando nella vecchia chiesa di S. Arcangelo al Cassero di Palermo vennero scoperte sull’intonaco le immagini dei sette angeli con i loro nomi e attributi, fu da questo diffusa anche a Roma con tanta perseveranza da far riuscire a consacrare a Pio IV nel 1561 la grande sala delle terme di Diocleziano trasformata in chiesa da Michelangelo e dedicata appunto a S. Maria degli Angeli.
Questo filone iconografico, come aveva descritto lo stesso Antonio Duca, presente Michele, definito vittorioso, che veste la corazza e porta il vessillo bianco con la croce rossa; Gabriele, nunzio, ha una lanterna ed uno specchio di diaspro coperto di macchie rosse; Raffaele, medico, tiene una pisside e conduce per mano Tobiolo che porta un pesce; Barachiele, auditore, porta una rosa bianca dentro il mantello; Ieuridiele, remuneratore, porta con la destra una corona d’oro e con la sinistra il flagello; Uriele, forte compagno, trafitto nel petto da una nuda spada, poggia su una fiamma; Salitiele, orante, tiene le mani incrociate sul petto in atto di pregare.
La Chiesa tuttavia non aveva mai approvato ufficialmente il culto dei sette Arcangeli, di cui quattro erano apocrifi, e approvò soltanto l’iconografia dei santi Michele, Gabriele e Raffaele. La raffigurazione dei sette Arcangeli tuttavia continuerà comunque ad essere riprodotta, togliendo nomi ed attributi agli angeli apocrifi e traslando l’iconografia dei sette angeli in piedi davanti a Dio di cui parla il libro di Tobia. Con questa accezione sono raffigurati da Federico Zuccari nella cappella degli Angeli nella chiesa del Gesù a Roma, in contemplazione dinnanzi alla Trinità, e come tali compaiono anche in una tela ad olio del pittore messinese Antonio Catalano il vecchio, presente nella navata laterale della Chiesa del Collegio a Siracusa.
La piramide angelica ha qui alla base, riconoscibili dai loro attributi, l’Arcangelo Gabriele a sinistra, e a destra Raffaele, e culmina con la trionfale figura di Michele, che indossa elmo e corazza e imbraccia lo scudo, recando nella destra il lungo vessillo ondeggiante.
San Michele viene anche rappresentato nell’atto di pesare i morti (psicostasia), per stabilire la loro giusta ricompensa, elemento che presenta equivalenti già nelle religioni greca (Mercurio) ed egizia. Nell’iconografia cristiana viene normalmente ritratto con in mano una bilancia che ha su ciascun piatto un’anima, rappresentata come una minuscola figurina umana ignuda. Una è più pesante dell’altra, sebbene non vi sia accordo tra gli artisti su quale pesi di più, se quella dell’eletto o quella del dannato; un motivo particolare mostra un demone che di soppiatto fa pendere la bilancia a proprio favore. In quanto pesatore di anime San Michele riveste un ruolo centrale nelle scene del Giudizio Universale.
Compare anche in numerose altre opere, associato spesso ad altri santi o ai committenti dell’opera stessa, ad esempio ai piedi della Vergine, come nelle raffigurazioni di S. M. dell’Incoronata di Foggia, e perfino in un transito di San Giuseppe, pronto ad accogliere l’anima del padre putativo del Messia.
I suoi attributi iconografici principali sono quindi la spada e la bilancia a due bracci.
La spada è, in primo luogo, il simbolo della condizione militare e della sua virtù, l’ardimento, come della sua funzione, la potenza. Nelle tradizioni cristiane la spada è l’arma nobile, che appartiene ai cavalieri e agli eroi cristiani. Quale guerriero di Dio e vincitore delle potenze infernali, l’Arcangelo Michele ha spesso una spada tra le mani, qualche volta pure fiammeggiante. Si tratta della “fiamma della spada folgorante” posta, nella Genesi, a guardia dell’Eden, che John Milton, nel suo poema Il Paradiso perduto, identifica con San Michele.
La spada è inoltre, nel doppio aspetto costruttivo e distruttivo, un simbolo del Verbo, della Parola, «la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio» (Ef. 6,17). La spada affilata a doppio taglio che esce dalla bocca di Cristo (Ap. 1,16) è il simbolo della forza invincibile e della verità celeste che, come un fulmine, scendono dal cielo e rappresenta il potere di giudizio. Associata alla bilancia si riferisce specialmente alla giustizia: separa il bene dal male, colpisce il colpevole.
La bilancia è in generale il simbolo della giustizia e del retto comportamento, ed in particolare della misura, della prudenza, dell’equilibrio, del confronto fra azioni ed obblighi perché serve a soppesare gli atti; associata alla spada indica la Giustizia che si accompagna alla Verità.
L’armatura, insieme alla spada, è attributo della condizione militare di soldato e Michele è il principe delle milizie celesti, colui che lotta contro il maligno sin dalla creazione.
Lo scudo è un altro attributo del combattente, è «lo scudo della fede, con il quale… spegnere tutti i dardi infuocati del maligno» (Ef. 6, 16). Viene considerato un attributo secondario in quanto poco diffuso ed alternativo alla bilancia quasi sempre presente.
Le catene che porta in mano, altro attributo secondario, rappresentano la schiavitù dal peccato che imprigiona l’uomo condannandolo alla dannazione eterna.
La lancia è, come la spada di cui rappresenta una stilizzazione, un altro attributo del milite, un’arma di lotta, per essa vale quanto detto per lo scudo in quanto sostituta della spada.
I simboli iconografici presenti nelle varie decorazioni delle chiese presentano la spada che incrocia la bilancia a due bracci, qualche volta, per motivi estetici, le spade diventano due incrociate tra loro che si sovrappongono alla bilancia a due bracci, mentre di rado è presente lo scudo. Sovente si può invece leggere la sua iscrizione latina: QVIS VT DEVS.
Sarà possibile appurare tutti questi aspetti visitando le chiese, non solo durante il periodo della festa, ma anche le domeniche ed i feriali intorno all’orario delle celebrazioni liturgiche.

[ Da “San Michele l'arcangelo guerriero”, pag. 16 del bimestrale « I Siracusani » n. 65, Anno XII,  settembre-ottobre 2008 ]

mercoledì 25 luglio 2012

Giacomo il pellegrino

Ricorre oggi la festa di San Giacomo il maggiore, il fratello di Giovanni l'evangelista e io mi ero quasi scordato che, nelle mie ricerche sull'iconografia paolina, mi ero imbattuto nella sua figura: ecco cosa ho trovato.

Giacomo di Zebedeo o Jacopo o Iacopo, fu uno dei dodici apostoli di Gesù. Figlio di Zebedeo e di Salomè, era il fratello di Giovanni apostolo ed evangelista. Viene detto il Maggiore per distinguerlo dall'apostolo omonimo, Giacomo di Alfeo detto Minore. Secondo i vangeli sinottici Giacomo e Giovanni erano assieme al padre sulla riva del lago quando Gesù li chiamò per seguirlo. Stando al Vangelo secondo Marco, Giacomo e Giovanni furono soprannominati da Gesù Boanerghes (“figli del tuono”) per sottolineare l'inesauribile zelo di cui erano dotati questi apostoli, ma anche il loro temperamento impetuoso. Giacomo fu uno dei tre apostoli che assistettero alla trasfigurazione di Gesù, fu presente anche alla resurrezione della figlia di Giàiro e all’agonia di Gesù nell’orto del Getsemani. 
Una tradizione risalente almeno a Isidoro di Siviglia narra che Giacomo andò in Spagna per diffondere il Vangelo. Se questo improbabile viaggio avvenne, fu seguito da un ritorno dell'apostolo in Giudea, dove, agli inizi degli anni quaranta del I secolo il re Erode Agrippa I «cominciò a perseguitare alcuni membri della Chiesa, e fece uccidere di spada Giacomo fratello di Giovanni». Giacomo fu il primo apostolo martire.
Dopo la decapitazione, secondo la Legenda Aurea, i suoi discepoli trafugarono il suo corpo e riuscirono a portarlo miracolosamente sulle coste della Galizia. Il sepolcro contenente le sue spoglie sarebbe stato scoperto nell'anno 830 dall'anacoreta Pelagio in seguito ad una visione luminosa. Il vescovo Teodomiro, avvisato di tale prodigio, giunse sul posto e scoprì i resti dell'Apostolo. Dopo questo evento miracoloso il luogo venne denominato campus stellae (“campo della stella”) dal quale deriva l'attuale nome di Santiago de Compostela, il capoluogo della Galizia. Eventi miracolosi segnarono la scoperta dell'Apostolo, come la sua apparizione alla guida delle truppe cristiane della Reconquista nell'840, durante la battaglia di Clavijo e in altre imprese belliche successive, in cui avrebbe versato talmente tanto sangue di musulmani da meritarsi nella fantasia popolare altomedievale il soprannome di Matamoros (Ammazzamori), che comunque gli rimarrà per sempre.
La tomba divenne meta di grandi pellegrinaggi nel Medioevo, tanto che il luogo prese il nome di Santiago (da Sancti Jacobi, in spagnolo Sant-Yago) e nel 1075 fu iniziata la costruzione della grandiosa basilica a lui dedicata.
Il pellegrinaggio a Santiago, lungo preferibilmente il suo "Cammino", divenne uno dei tre principali pellegrinaggi della Cristianità medievale. Gli altri erano quelli che portavano a Gerusalemme, alla tomba di Gesù e a Roma, alla tomba dell'apostolo Pietro, facendo assurgere la figura del vescovo di Santiago al livello delle più importanti figure della Cristianità.


Nella tradizione la figura di San Giacomo si articola in tre aspetti. La caratterizzazione fondamentale che lo indica come il campione del Cristianesimo in Spagna dove è veneratissimo è quella dell’apostolo, ma forse non è la più diffusa. Come tale la sua immagine è quella di un uomo maturo, severo, con la barba rada, i capelli divisi in cima alla testa e ricadenti in due spioventi simili a quelli che comunemente si attribuiscono a Cristo. Come attributo porta il libro, simbolo della predicazione del Vangelo, e la spada che fu lo strumento del suo martirio a Gerusalemme, ma può anche avere il bastone (bordone), simbolo del pellegrinaggio. Il simulacro venerato a Ferla presenta la spada.
Dal XIII secolo in poi San Giacomo ebbe anche la caratterizzazione del pellegrino per le connessioni con il suo sepolcro e la Via Lattea, per cui ha diversi attributi specifici primo tra i quali il cappello a larghe falde, parapioggia del tempo antico, tipico del viandante. L’altro era il bastone, strumento necessario per chi camminava un tempo per appoggiarsi, ma soprattutto per difendersi da animali e da malintenzionati. La bisaccia viene raffigurata a tracolla ovvero appesa al bastone: non è grande perché deve contenere solo lo stretto necessario a un viaggio devozionale di penitenza e meditazione. Talvolta nelle immagini compare anche la fiasca o il bariletto per l’acqua ottenuto dalla zucca, così per gli oggetti che accompagnano la sua figura è divenuto patrono dei cappellai e dei barilai. Il simbolo più noto che appartiene a San Giacomo come pellegrino è quello della conchiglia che porta come attributo ed è posta sul mantello, sul cappello oppure sulla bisaccia. È quindi il simbolo dei pellegrini che si recano al Santuario di Compostella. La Veronica era invece il simbolo dei pellegrini che si recavano a Roma, detti Romei: portavano l’immagine del volto di Cristo sopra l’abito, secondo la forma che si vuole sia stata impressa sul velo offerto dalla Veronica per detergere il sangue e il sudore di Cristo sulla via del Calvario. La palma invece distingueva i pellegrini che andavano a Gerusalemme ed erano detti palmieri.
La Cappasanta o conchiglia di San Giacomo (Pecten jacobaeus) è per eccellenza il simbolo del viandante e del pellegrino, in particolare simbolo del Pellegrinaggio nella città di Santiago de Compostela. È segno di vita e di rinascita, di purificazione (viene usata per versare l’acqua Santa durante il Battesimo), ma anche utile strumento per bere durante il cammino. Pare che il suo uso derivi dagli antichi pellegrini che si cibavano di cappesante e molluschi raccolti sulle spiagge galiziane e sulla costa di Finis Terrae (in lingua galiziana Fisterra) conservandone poi il guscio. La conchiglia di San Giacomo doveva essere cucita sul mantello o sul cappello ed era l’indicazione o il simbolo da mostrare a tutti che il Pellegrino aveva raggiunto e visitato la tomba di San Giacomo nella lontanissima e verdeggiante regione della Galizia nella penisola iberica. Nell’iconografia di San Giacomo la conchiglia è un elemento chiave (tanto che quel tipo particolare è stato chiamato proprio conchiglia di San Giacomo), insieme agli altri simboli del Santo pellegrino (bordone, fiasca fatta con una zucca cava, mappa e cappello da pellegrino, quello rosso con la larga falda). Sono tutti elementi realistici: erano oggetti che effettivamente i pellegrini portavano con sé, durante i lunghi viaggi verso i Santuari, perché erano loro utili.
Ma in merito c’è anche una leggenda: Teodosio e Attanasio, due discepoli di San Giacomo, portavano il corpo del Santo in Galizia; passato lo stretto di Gibilterra, seguirono le coste atlantiche sino a giungere in un luogo chiamato Bouzas.  Stavano celebrando le nozze di una coppia quando il cavallo dello sposo inciampò e cadde in acqua sprofondando immediatamente.   La gente già piangeva la loro morte quando sposo e cavallo emersero all’improvviso accanto alla barca che trasportava il corpo del Santo.  Cavallo e cavaliere uscirono con il corpo interamente tappezzato di conchiglie.  I discepoli fecero sapere alla gente che si trattava di un miracolo e che il corpo trasportato era quello di San Giacomo, quello che aveva predicato il vangelo nelle terre di Spagna.  Riconoscendo nell’accaduto la benevolenza dell’apostolo si assunse la conchiglia come simbolo del pellegrinaggio.

Il terzo aspetto di San Giacomo meno conosciuto da noi è quello del cavaliere, mentre nella Penisola Iberica è il più noto e il più importante, al punto che gli è stato dato l’epiteto di Matamoros, uccisore dei mori.
Fu la figura che polarizzò le forze degli spagnoli per la liberazione della loro patria dai mori invasori. La base di questo tema è la battaglia di Clavijo combattuta da Ramirez I delle Asturie contro i saraceni verso l’anno 844, liberando Calahorra, ponendo fine al tributo di 100 vergini da consegnare agli Emiri. Le sorti per i cristiani stavano volgendo al peggio quando nella notte San Giacomo apparve al re incoraggiandolo a combattere e promettendogli la vittoria. L’indomani il santo apparve sul campo di battaglia con le armi di cavaliere sopra un cavallo bianco e, postosi a capo delle schiere cristiane, le portò alla vittoria e da allora il grido di guerra dei combattenti spagnoli per la Reconquista della loro libertà fu Santiago!
Ed ecco che la spada sparisce ai piedi del Santo quale simbolo del suo martirio, sostituita nell’iconografia classica dal bastone simbolo del pellegrinaggio, per riapparire in quella spagnola nella mano destra in segno di incitamento alla battaglia. Nella basilica c’è la famosa statua di “Santiago Matamoros”, un’opera lignea del secolo XVIII che raffigura San Giacomo apostolo su un cavallo bianco, spada in mano e sovrastante un gruppo di terrorizzati arabi e berberi.
Allo stesso modo Ferdinando I re di Castiglia e di Leon combatté i saraceni con l’aiuto del celeste cavaliere conquistando Coimbra nel 1065 entrandovi trionfalmente proprio il 25 luglio.

Il sepolcro dell’Apostolo restava da secoli sconosciuto e abbandonato quando Giacomo, apparendo a Carlo gli dà precise indicazioni per ritrovarlo in Galizia, lo conforta a liberarlo dagl’infedeli rendendo sicure le strade che vi conducono in modo che tutte le genti confluiscano da ogni parte del mondo e vi trovino perdono e salvezza. L’imperatore pone mano alla spedizione, la porta a compimento e fonda la Cattedrale di Santiago.
Tema fondamentale di questo mito cristiano è il sogno di Carlo Magno che, come quello di Ramirez I delle Asturie, richiama il sogno di Costantino. Nella notte Giacomo appare all’Imperatore e gli addita la Via Lattea: un cammino fatto di stelle nel cielo: quello è il suo compito, cioè ristabilire il rapporto interrotto da Oriente a Occidente, unificare il mondo cristiano restaurando sulla terra quella strada che è tracciata nel cielo: «Dopo di te, dice l’Apostolo, tutti i popoli peregrinando da mare a mare andranno là a chiedere perdono a Dio delle colpe, canteranno le sue lodi e ammireranno le virtù e i miracoli e ciò sarà dai giorni del tuo regno fino alla fine del mondo».
Da questo testo è stata attinta la materia per comporre la Chanson de Roland, il poema nazionale francese.
La Via Lattea deve esser letta nel corpo dell’Europa per intenderla come la strada di Compostella. Molti popoli antichi l’hanno intesa come la strada del cielo e non pochi come la via dei morti per raggiungere (a Occidente) il loro ultimo destino. Nel mondo cristiano è detta Ponte delle Anime, Scala di San Giacomo di Galizia, o la Strada o Cammino di San Giacomo perché, accompagnate da tale Santo, tutte le anime devono salire lungo questo cammino dopo la morte. Essa è formata di spade, pugnali, coltelli, chiodi, spine e rovi nudi e irti sui quali l’anima cammina durante e dopo l’agonia. Questo grande dolore dura anche a lungo, secondo la gravità, il peso di colpe dell’anima che, tutta purificata, finalmente arriva alle porte del Paradiso. San Giacomo, con bordone e cappello da viaggiatore, accompagna il defunto confortandolo, quindi lo conduce aiutandolo e lasciandolo alla fine del cammino. È detta anche Ponte delle Anime secondo la credenza che sia il grande ponte tra il cielo e la terra che congiunge quello a questa. Sarebbe il punto più difficile che devono passare le anime per salire al Cielo. Qualcosa di simile si dice in certi luoghi anche dell’arcobaleno, mentre opportunamente si distingue: la Galassia sarebbe il ponte di coloro che devono espiare i peccati della vita, mentre l’arcobaleno sarebbe il ponte agevole, luminoso e felice per i bambini morti prematuramente.
Come il Cammino di Santiago termina ad una tomba, l’Iter Stellarum, il cammino delle stelle, è la via che conduce gli uomini all’Aldilà, termina ai confini dell’altro mondo e costituisce l’ultima prova che l’uomo, pellegrino della vita deve compiere prima che il suo compito sia terminato. Tanto era viva questa metafora del pellegrinaggio come bilancio dell’esistenza che i pellegrini, visitata Compostella, non mancavano di raggiungere sul mare la vicina Finis Terrae per avere la visione dell’estremo limite dell’Europa, l’orlo del mondo conosciuto.
La tradizione ha fiorito questo mito di semplici leggende come quella dell’Erba di San Giacomo: erba comune, detta anche matricale selvatico o senecio (Senecio Jacobaea). Si vuole che San Giacomo, patrono dei pellegrini, l’abbia lasciata lungo i bordi di ogni strada dove è passato perché servisse di medicina ai viandanti. Infatti medica le ferite ed è, sotto forma d’impiastro, benefico per l’angina, le fistole e i dolori. Oggi il Senecione di San Giacomo viene individuato come Jacobaea vulgaris.