sabato 16 agosto 2014

La notte dei ciaràuli


Mercoledì  6 agosto scorso alle ore 19.30 presso la piazza IV Novembre (piazza d’erba) di Solarino ha avuto luogo la seconda edizione del Kerayles, la notte dei ciaràuli – sconfinamenti culturali.
Tra sacro e profano, un viaggio culturale e musicale che ruota intorno alla figura di San Paolo e dei suoi messaggeri. In un continuum culturale con la precedente edizione, datata 29 luglio 2010, la manifestazione fa perno sulla figura di questi guaritori discendenti/mandati dall’apostolo delle genti.
Nel corso della serata sono stati presentati quattro libri:
  • Sulle orme di Paolo di Giuseppe Mazzarella
  • San Paolo di Solarino di Paolo Liistro
  • Solarinesi nel passato di Paolo Calafiore
  • Sarò una nuvola di Paola Burgio
Ad aprire i lavori è stato Silvio Aparo della Melino Nerella Edizioni che ha presentato Angela Decaro dell’associazione “Syraform” e Maria Burgio per l’associazione “Euros” che hanno collaborato alla manifestazione.
È quindi intervenuto Sebastiano Mangiafico per presentare l’associazione culturale “Kerayles” che patrocinia la manifestazione, mentre la sorella Francesca fotografava l’evento (sue le foto a corredo del post).
La prof.ssa Maria Burgio ha letto spunti per ciascuno dei libri presenti mentre Silvio Aparo ne descriveva autore e contenuto, il tutto intervallato dalle melodie di due bravi musicisti, Franco pizzo e Davide di Rosolini.
Si è cominciato con il libro di poesie di Paola Burgio per poi proseguire con il saggio archeologico di Paolo Liistro e con l’analisi dei personaggi storici di Paolo Calafiore.
Ultimo il percorso simbolico-folkloristico di Giuseppe Mazzarella che ha interagito con le domande di Giuseppe Lissandrello, responsabile per la Kerayles edizioni (“costola” della Melino in tematiche culturali locali). Edito due anni prima in forma digitale, questo libro ha visto da appena un mese la forma cartacea.
Al termine degli interventi si è proseguito con lo spettacolo musicale del bravissimo duo Pizzo-Di Rosolini, mentre alcuni degli intervenuti gustavano un giro pizza.
La chiacchierata è quindi proseguita in forma personale presso il tavolo con i libri della Melino Nerella dove, ai tre ex chierichetti della parrocchia “San Paolo” (Aparo, Lissandrello e Mazzarella) se ne è aggiunto un quarto (Carmelo Bordonaro) a ricordare i tempi andati della gioventù…

La manifestazione è stata ripresa dalla Zeronove Webtv che l’ha riassunta ed arricchita con interviste di Simona Russo.

martedì 25 marzo 2014

L'annuncio del sacrificio

Sia la chiesa Cattolica che quella Ortodossa festeggiano oggi la visita dell’arcangelo Gabriele a Maria per annunciarle che concepirà Cristo (che nasce esattamente 9 mesi dopo, il 25 dicembre), la liturgia viene però rinviata se coincide con una domenica di Quaresima o altre solennità del tempo pasquale.
Tuttavia, come spesso accade, il 25 marzo era già festeggiato dalla tradizione pre-cristiana. Secondo il calendario giudaico la data celebra il sacrificio di Isacco, l’evento durante il quale un Ariete viene mandato da Dio per essere sacrificato al posto del giovane figlio di Abramo.
Nella tradizione filosofica e mitologica, troviamo il racconto di Frisso, Elle e il Vello d’oro che appartiene al segno dell’Ariete (ovvero il segno che, anticamente, iniziava proprio il giorno 25 marzo).
L’Ariete viene mandato da Zeus per salvare i due giovani innocenti che stavano per essere sacrificati,  il montone viene mandato da Jahvè per salvare l’innocente Isacco, Cristo, l’agnello di Dio, viene mandato dal Padre per salvare l’umanità e redimerla dai suoi peccati.
Ecco allora che la visita  dell’angelo Gabriele a Maria di Nazareth, per annunciarle l’Incarnazione del Verbo, rappresenta l’inizio della tradizione cristiana. Maria acconsente, dichiarandosi serva (ancilla) del Signore (Lc 1, 26-38); in quel momento, secondo l’opinione unanime dei teologi, «il Verbo si fece carne e abitò fra di noi» (Gv 1, 14).
Come ogni data relativa agli eventi della infanzia di Gesù, anche quella dell’Annunciazione è stata stabilita in riferimento al Natale, e quindi indicata solamente dalla tradizione della Chiesa, mancando al riguardo riferimenti precisi nei Vangeli. Quale momento del concepimento, l’Annunciazione è stata simbolicamente collocata nel giorno al 9º mese prima del Natale, anche con l’idea che l’Incarnazione, come la creazione del mondo, coincidesse con l’equinozio di primavera, e questo avvenne presto dopo l’istituzione della festa del Natale e la sua collocazione al 25 dicembre, che avvenne in Occidente intorno alla metà del IV secolo d.C.
La narrazione di Luca (1, 26-38) è l’unica delle fonti evangeliche a riferire l’episodio, ricchi invece di particolari sono i Vangeli apocrifi dell’infanzia, soprattutto il Protovangelo di Giacomo (200 ca.), lo Pseudo-Matteo (sec. VII-VIII e oltre) e la Natività di Maria (846-849) di Radberto Pascasio, abate di Corbie che trovarono in seguito un riscontro iconografico nelle raffigurazioni artistiche. Questa letteratura trovò nel Medioevo la massima diffusione, divenendo pertanto modello per le applicazioni figurative, anche attraverso compilazioni di carattere divulgativo quali lo Speculum historiale di Vincenzo di Beauvais e la Legenda aurea di Jacopo da Varazze.
Relativamente alle scelte iconografiche elaborate dall’arte bizantina, il Vangelo armeno dell’infanzia narra che l’angelo si sarebbe presentato due volte a Maria: la prima, mentre ella si recava ad attingere acqua a una fonte, quando Gabriele senza rendersi visibile le rivolse la parola spaventandola; la seconda, quando, poco dopo, essendosi Maria chiusa in casa per filare e tessere un velo di porpora per il Tempio, l’arcangelo le apparve in sembianze umane annunciandole che avrebbe concepito e partorito un figlio per opera dello Spirito Santo. In quello stesso momento la Parola di Dio, entrata in Maria attraverso l’orecchio, operò il concepimento.

martedì 4 febbraio 2014

Le mammelle di Agata

Chi non conosce Sant’Agata?
Il suo nome in greco Agathé, significava buona. Vissuta tra il III e il IV secolo, durante il proconsolato di Quinziano, viene venerata come santa, vergine e martire dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa ortodossa. Il suo nome compare nel Martirologio da tempi antichissimi, è patrona, tra l'altro, di Catania, di Palermo, di San Marino e di Malta. 
È anche la protettrice dei fonditori di campane (che venivano suonate quando si verificavano gravi avvenimenti, cioè nel momento in cui la santa veniva invocata), dei tessitori (secondo la leggenda, come Penelope, Agata avrebbe convinto un uomo insopportabile che voleva prenderla in matrimonio ad aspettare che venisse conclusa una tela che stava realizzando, che lei tesseva di giorno e scuciva di notte), dei vigili del fuoco (poiché in epoca medievale veniva invocata per la protezione dagli incendi a motivo del supplizio dei carboni ardenti) e delle donne colpite da malattie al seno (poiché subì l’amputazione delle mammelle).
Secondo la leggenda, Agata nacque in una famiglia siciliana ricca e nobile, nell'anno 235, indicata come di origine palermitana, ma da altre fonti catanese. È infatti una delle quattro sante protettrici della Città Felicissima (Palermo), la sua statua, assieme a quelle di Santa Cristina, Santa Ninfa, Sant’Oliva, troneggia dall’alto dei Quattro Canti di Palermo nell’ordine superiore delle facciate della piazza; proprio sopra le quattro fontane in marmo di Carrara a rappresentare le stagioni, i quattro re, in cima appunto, vi sono le quattro sante.
La tradizione cattolica vuole che Sant'Agata si consacrò a Dio all'età di 15 anni circa, ma studi storico-giuridici approfonditi rivelano un'età non inferiore ai 21 anni: età minima per cui una ragazza poteva essere consacrata diaconessa come effettivamente era Agata, documentata dalla tradizione orale catanese, dai documenti scritti narranti il suo martirio e dalle raffigurazioni iconografiche ravennate, con particolare riferimento alla tunica bianca e al pallio rosso. 
Nel periodo fra il 250 e il 251 il proconsole Quinziano, giunse alla sede di Catania anche con l'intento di far rispettare l'editto dell'imperatore Decio, che chiedeva a tutti i cristiani di abiurare pubblicamente la loro fede, invaghitosi della giovinetta e, saputo della consacrazione, le ordinò, senza successo, di ripudiare la sua fede e di adorare gli dei pagani.
Al rifiuto deciso di Agata, il proconsole la affidò per un mese alla custodia rieducativa della cortigiana Afrodisia, sacerdotessa di Venere o di Cerere e pertanto dedita alla prostituzione sacra. Il fine era la corruzione morale di Agata, attraverso una continua pressione psicologica. Rivelatosi inutile il tentativo, Quinziano diede avvio ad un processo e convocò Agata al palazzo pretorio.
Breve fu il passaggio dal processo al carcere e alle violenze con l'intento di piegare la giovinetta. Inizialmente venne fustigata e sottoposta al violento strappo delle mammelle, mediante delle tenaglie. La tradizione indica che nella notte venne visitata da San Pietro che la rassicurò e ne risanò le ferite. Infine venne sottoposta al supplizio dei carboni ardenti. La notte seguente all'ultima violenza, il 5 febbraio 251, Agata spirò nella sua cella.
Molte sono le raffigurazioni della santa che subisce il martirio delle mammelle, tra tutte ricordiamo i due dipinti di Giambattista Tiepolo, il primo del 1736 realizzato per la Basilica di Sant'Antonio a Padova mentre il secondo è realizzato nel 1750 e si trova oggi alla Gemäldegalerie di Berlino. Alcune raffigurazioni mostrano la Santa mentre viene guarita da San Pietro, come la Pala sull’altare della Santa presso il Duomo di Milano o il dipinto di Giovanni Lanfranco presso la Galleria Nazionale di Parma, oppure in carcere, mentre altre rappresentano ex-voto. Secondo le leggende più di quindici volte, dal 252 al 1886, Catania è stata salvata dalla distruzione da parte della lava, ed è poi stata preservata nel 535 dagli Ostrogoti, nel 1231 dall'ira di Federico Il, nel 1575 e nel 1743 dalla peste. Appena un anno dopo la sua morte, nel 262, Catania venne colpita da una grave eruzione dell'Etna. L'eruzione ebbe inizio il giorno 1 di febbraio e aveva già distrutto alcuni villaggi alla periferia di Catania. Il popolo andò in cattedrale e preso il velo di sant'Agata lo portò in processione nei pressi della colata. Questa, secondo la tradizione, si arrestò dopo breve tempo. Era il giorno 5 di febbraio, la data del martirio della vergine catanese. Il velo, reliquia conservata nella cattedrale di Catania, fu usato da una donna per coprire la Santa durante il martirio con i carboni ardenti, nei fatti faceva parte del vestimento con cui Agata si presentò al giudizio, essendo questo, indossato su una tunica bianca, l'abito delle diaconesse consacrate a Dio. Secondo un'altra leggenda il velo era bianco e diventò rosso al contatto col fuoco della brace.
Un altro miracolo lega la martire catanese a quella siracusana, che alcune tradizioni vogliono accomunare da una lontana parentela oppure da un più stretto rapporto di cuginanza, tuttavia dieci lustri separano i due martiri. L’unico dato attendibile è il prodigio riportato negli atti greci del martirio di Santa Lucia, conosciuti come codice papadopulo. 
La madre Eutichia è turbata dall’aggravarsi delle continue emorragie di cui soffre, per la quale i medici non nutrono speranze di sopravvivenza. Lucia la convince a recarsi in pellegrinaggio a Catania presso la tomba di S. Agata,  in occasione dell’anniversario del suo martirio per chiedere la grazia della guarigione. Giunte a Catania, durante la celebrazione della messa Lucia e la madre sono colpite dalle parole del brano del Vangelo che racconta dell’emorroissa che aveva ricevuto il dono della guarigione toccando il lembo della veste di Gesù. Dopo la messa, Lucia, mentre prega sul sepolcro, si  addormenta e in sogno le appare Sant’Agata tra schiere di angeli splendidissimamente ornata, che le dice: “Lucia, sorella mia e Vergine del Signore, perché chiedi a me ciò che tu stessa puoi concedere? La tua fede è stata di grande giovamento a tua madre, essa è già guarita. E come per me è ricolma di grazie la città di Catania, così per te sarà preservata la città di Siracusa.”
Ciò udito Lucia rinviene dal sonno e si accorge dell’avvenuto miracolo.
Insieme ad altre sante e santi, Agata appare in numerosissime tele e raffigurazioni vari spesso viene raffigurata nella stessa posa della conterranea Lucia con la palma del martirio su una mano mentre con l’altra regge un piatto o un vassoio su cui si trovano poste le mammelle recise, attributo principale della Martire che ne permette l’univoca individuazione. Come nel quadro di Bernardino Luini conservato nella Galleria Borghese a Rome.
Qualche volta in aggiunta qualche altra in sostituzione, appare l’attributo secondario ovvero lo strumento del martirio: le tenaglie. Se da sole, occorre controllare che esse non trattengano un dente nel qual casi si tratterà di Sant'Apollonia, martirizzata cavandole i denti e per questo divenuta patrona dei dentisti e di chi soffre il mal di denti.
Altri caratteri o attributi di Agata sono il braciere con i carboni ardenti o un fuoco da legna, una torcia e uno strumento in legno (forse per la tessitura) ai suoi piedi e il vulcano Etna in eruzione con la città di Catania sullo sfondo. A volte la torcia diventa un cero, simbolo della potenza del fuoco, vi può anche essere la presenza del libro come testimonianza del Vangelo, difficile invece la presenza di un corno di unicorno, come simbolo della verginità, molto più probabile presenza del giglio, mentre la palma può essere sostituita o accompagnata dalla corona si rose retta da angeli.
Alcuni di questi attributi sono riscontrabili nella tela del Martirio attribuita a Piero Quintavalle presente nella navata destra della Basilica di San Sebastiano a Palazzolo Acreide (SR), nella stessa appare anche l’anima della Santa tra le mani di un angelo pronto a portarla alla Trinità.
Il riconoscimento nelle raffigurazioni bizantine va invece effettuato tramite l’iscrizione del nome accanto alla testa, essendo la croce l’unico attributo presente in esse.
Il tributo di Catania alla propria martire non è rappresentato solo dalla Cattedrale, ma anche dalla fontana dell'Elefante, una opera monumentale realizzata tra il 1735 e il 1737 dall'architetto Giovanni Battista Vaccarini. Collocata al centro della Piazza del Duomo di Catania, il suo elemento principale è una statua di basalto nero che raffigura un elefante, chiamato comunemente u Liotru e considerato l'emblema della città siciliana.
La statua di epoca incerta, ricavata da un unico blocco di pietra lavica, ha la proboscide verso la cattedrale e una gualdrappa marmorea sulla quale sono incisi gli stemmi di sant'Agata, patrona di Catania. Sulla schiena dell'animale si trova un obelisco egittizzante, forse era una delle due mete dell'antico circo romano di Catania, l'altro, più frammentario, si trova invece nel cortile del Castello Ursino. Sulla parte sommitale dell'obelisco sono stati montati un globo, circondato da una corona di una foglia di palma (rappresentante il martirio) e di un ramo di gigli (rappresentante la purezza), più sopra una tavoletta metallica su cui vi è l'iscrizione dedicata a sant'Agata con l'acronimo latino “MSSHDPL” («Mente sana e sincera, per l'onore di Dio e per la liberazione della sua patria»), e infine una croce. Una tavoletta la stessa iscrizione (per intero stavolta) si trova nella mano sinistra del simulacro della Santa.
Il dolce tradizionale della festa catanese è la cassatella di Sant'Agata, in siciliano  minni o minnuzzi ri Sant'Àjita o ri Virgini. Deliziose cassatine dalla particolare forma semisferica che ricordano il seno di una donna, sono composte da un friabile guscio di pasta frolla, ripieno con ricotta di pecora, lavorata con zucchero e arricchita con canditi e cioccolato fondente. Una volta cotte, vengono ricoperte da una candida glassa bianca e decorate sulla sommità con una ciliegia candita che ricordi il capezzolo. Preparato in tutta la Sicilia, la sua origine è da rintracciarsi nell’antichità, quando veniva preparato come segno propiziatorio.
Sembra che la festa di Sant'Agata tragga origine in molte sue parti dai culti isidei, il dolce infatti riproporrebbe il seno della dea Iside nella sua veste di dea madre. Un altro parallelo sarebbe da rinvenire nei culti dei misteri eleusini, dove in occasione dei riti demetriaci si usava consumare dei panetti dolci il cui aspetto riproponeva il seno della dea Demetra, protettrice delle messi e a sua volta considerata anch'essa dea madre. Entrambi i due culti, isideo e demetriaco, sono documentati a Catania sia da fonti scritte che dai rinvenimenti archeologici, questi culti hanno influenzato, dove piuttosto non sono stati assorbiti del tutto, le festività religiose agatine, così il panetto dolce rappresentante la fertilità della madre terra assume il valore simbolico dell'atto del martirio subito dalla santa catanese alla quale fu amputata una mammella.
Altro dolce, preparato prima e durante la festa della santa patrona, sono le olivette di Sant'Agata, in siciliano alivetti o aliveddi ri Sant'Àjita, dolci a forma di oliva fatti di pasta di mandorla ricoperti di zucchero e colorati di verde. Ne esiste anche una variante ricoperta di cioccolato. Si ricollegano ad un episodio narrato nella agiografia. Mentre era ricercata dai soldati di Quinziano, nel chinarsi per allacciare un calzare, Agata vide sorgere davanti a se una pianta di olivo selvatico che la nascose alla vista delle guardie e le diede i frutti per sfamarsi.

lunedì 11 novembre 2013

Martino e il suo mantello

Tutti abbiamo ascoltato da bambini la leggenda dell’estate di San Martino, risulta perciò piuttosto facile riconoscerlo quando viene rappresentato nel celebre episodio. Diventa invece piuttosto difficile quando è raffigurato nelle vesti di vescovo di Tours, ma procediamo con ordine.
Martino nacque nel 316 o 317 in Sabaria, un avamposto dell’Impero Romano alle frontiere con la Pannonia, l’odierna pianura ungherese. Il padre, tribuno della legione, gli diede il nome di Martino in onore di Marte, il dio della guerra. Ancora bambino, Martino si trasferì coi genitori a Pavia, dove suo padre era stato destinato, ed in quella città trascorse l’infanzia. A quindici anni, in quanto figlio di un militare, dovette entrare nell’esercito. Come figlio di veterano fu subito promosso al grado di circitor e venne inviato in Gallia, presso la città di Amiens.
Il compito del circitor era la ronda di notte e l’ispezione dei posti di guardia, nonché la sorveglianza notturna delle guarnigioni. Durante una di queste ronde avvenne l’episodio che gli cambiò la vita (ancora oggi quello più ricordato e più usato dall’iconografia).
Martino, trovandosi alle porte della città di Amiens, vide un mendicante seminudo, vedendolo sofferente, tagliò in due il suo mantello militare e lo condivise con il mendicante. La notte seguente vide in sogno Gesù rivestito della metà del suo mantello militare. Udì Gesù dire ai suoi angeli: «Ecco qui Martino, il soldato romano che non è battezzato, egli mi ha vestito». Quando Martino si risvegliò il suo mantello era integro. Il mantello miracoloso venne conservato come reliquia ed entrò a far parte della collezione di reliquie dei re Merovingi dei Franchi. Il termine latino per “mantello corto”, cappella, venne esteso alle persone incaricate di conservare il mantello di San Martino, i cappellani, e da questi venne applicato all’oratorio reale, che non era una chiesa, chiamato cappella.
Su questo episodio si innesta la leggenda dell’estate, Martino incontra più avanti un altro mendicante e decide di regalargli anche l’altra metà di mantello rimanendo così esposto alle intemperie. A tale generoso gesto prodigiosamente il freddo e la neve per quel giorno si attenuarono e al loro posto fece capolino il sole che si fece così intenso da assomigliare al tepore estivo: fu quella la prima “estate di San Martino”. Da allora riserva in Sicilia sempre una piccola parentesi di bel tempo, prima dell’inizio di temperature poco più rigide.
Tornando alla storia, il sogno ebbe un tale impatto su Martino, che egli, già catecumeno, venne battezzato la Pasqua seguente e divenne cristiano. Rimase ufficiale dell’esercito per una ventina d’anni raggiungendo il grado di ufficiale nelle alae scolares (un corpo scelto). Giunto all’età di circa quarant’anni, decise di lasciare l’esercito. Iniziò la seconda parte della sua vita impegnandosi nella lotta contro l’eresia ariana, condannata al Concilio di Nicea (325), e venne per questo anche frustato (nella nativa Pannonia) e cacciato, prima dalla Francia e poi da Milano, dove erano stati eletti vescovi ariani. Si recò quindi nell’Isola Gallinara ad Albenga in provincia di Savona, dove condusse quattro anni di vita eremitica. Tornato a Poitiers, al rientro del vescovo cattolico, divenne monaco e venne presto seguito da nuovi compagni, fondando uno dei primi monasteri d’occidente, a Ligugé, sotto la protezione del vescovo Ilario.
Nel 371 i cittadini di Tours lo vollero loro vescovo, anche se alcuni chierici avanzarono resistenze per il suo aspetto trasandato e le origini plebee. Come vescovo, Martino continuò ad abitare nella sua semplice casa di monaco e proseguì la sua missione di propagatore della fede, creando nel territorio nuove piccole comunità di monaci. La sua fama ebbe ampia diffusione nella comunità cristiana dove, oltre ad avere fama di taumaturgo, veniva visto come un uomo dotato di carità, giustizia e sobrietà.
Martino morì l’8 novembre 397 a Candes (poi Candes-Saint-Martin), dove si era recato per mettere pace tra il clero locale. Si disputano il corpo gli abitanti di Poitiers e quelli di Tours, questi ultimi, di notte, lo portano poi nella loro città per via d’acqua, lungo i fiumi Vienne e Loire. La sua morte, avvenuta in fama di santità, anche grazie a numerosi miracoli, segnò l’inizio di un culto nel quale la generosità del cavaliere, la rinunzia ascetica e l’attività missionaria erano associate.
San Martino di Tours viene ricordato l’11 novembre, sebbene questa non sia la data della sua morte, ma quella della sua sepoltura. Questa data è diventata una festa straordinaria in tutto l’Occidente, grazie alla sua popolare fama di santità e al numero notevole di cristiani che portavano il nome di Martino.
Numerose le raffigurazioni, anche da parte di celeberrimi pittori, del celebre episodio del povero. In questa iconografia cavalleresca, Martino appare nelle vesti di un giovane soldato con l’armatura e il povero costituisce l’attributo principale, mentre la spada, il mantello rosso e il cavallo (il più delle volte rigorosamente bianco, mentre altre anche grigio o marrone) ne rappresentano gli attributi secondari.
Non mancano tuttavia anche le rappresentazioni che lo vedono come un uomo barbuto, spesso pure canuto, in abiti vescovili dalla colorazione blu o talvolta rossa bardato di mitra (cappello vescovile) e pastorale (bastone con la punta arrotolata), tipici della carica ecclesiastica, che ne costituiscono gli attributi secondari insieme al libro simbolo della sua opera evangelizzatrice.
Proprio in queste vesti diventa attributo principale la presenza di un globo di fuoco, in richiamo alla sua lotta contro l’eresia ariana e il paganesimo rurale, oppure fa capolino alle sue spalle un’oca, in riferimento alla sua elezione a vescovo, oppure. Secondo la leggenda infatti, Martino era riluttante a diventare vescovo, motivo per cui si nascose in una stalla piena di oche; il rumore fatto da queste rivelò però il suo nascondiglio alla gente che lo stava cercando.
Un dipinto che lo raffigura in tali vesti presenta pure anche gli attributi del celebre episodio: un angelo alla sua sinistra custodisce la sua armatura reggendone l’elmo, mentre un altro alla sua destra gli porge mantello e spada.
Molte chiese in Europa sono dedicate a san Martino. Tra queste Lucca e Belluno hanno dedicato a San Martino la propria Cattedrale. L’11 novembre i bambini delle Fiandre e delle aree cattoliche della Germania e dell’Austria, nonché dell’Alto Adige, partecipano a una processione di lanterne, ricordando la fiaccolata in barca che accompagnò il corpo del santo a Tours. Spesso un uomo vestito come Martino cavalca in testa alla processione. I bambini cantano canzoni sul santo e sulle loro lanterne. Il cibo tradizionale di questo giorno è l’oca. In anni recenti la processione delle lanterne si è diffusa anche nelle aree protestanti della Germania, nonostante il fatto che la Chiesa protestante non riconosca il culto dei santi.
In Italia il culto del Santo è legato alla cosiddetta “estate di san Martino” la quale si manifesta, in senso meteorologico, all’inizio di novembre e dà luogo ad alcune tradizionali feste popolari. Nel comune abruzzese di Scanno, ad esempio, in onore di San Martino si accendono grandi fuochi detti “glorie di San Martino” e le contrade si sfidano a chi fa il fuoco più alto e durevole.
Nel veneziano l’11 novembre è usanza preparare il dolce di San Martino, un biscotto dolce di pasta frolla con la forma del Santo a cavallo con la spada, decorato con glassa di albume e zucchero ricoperta di confetti e caramelle; è usanza inoltre che i bambini della città lagunare intonino un canto d’augurio casa per casa e negozio per negozio, suonando padelle e strumenti di fortuna, in cambio di qualche monetina o qualche dolcetto. Nel Salento, in particolare, questa tradizione è molto sentita. Ci si riunisce tutti, familiari, amici e si cena tutti assieme con il Vino Novello, castagne, salsiccia, focacce, frutta secca e tutto quello che offre la campagna in questo periodo.
Nel nord Italia, specialmente nelle aree agricole, fino a non molti anni fa tutti i contratti (di lavoro ma anche di affitto, mezzadria, ecc.) avevano inizio (e fine) l’11 novembre, data scelta in quanto i lavori nei campi erano già terminati senza però che fosse già arrivato l’inverno. Per questo, scaduti i contratti, chi aveva una casa in uso la doveva lasciare libera proprio l’11 novembre e non era inusuale, in quei giorni, imbattersi in carri strapieni di ogni masserizia che si spostavano da un podere all’altro, facendo “San Martino”, nome popolare, proprio per questo motivo, del trasloco. Ancora oggi in molti dialetti e modi di dire del nord “fare San Martino” mantiene il significato di traslocare.
In molte regioni d’Italia l’11 novembre è simbolicamente associato alla maturazione del vino nuovo (da qui il proverbio “A San Martino ogni mosto diventa vino”) ed è un’occasione di ritrovo e festeggiamenti nei quali si brinda, appunto, stappando il vino appena maturato e accompagnato da castagne o caldarroste. Sebbene non sia praticata una celebrazione religiosa a tutti gli effetti (salvo nei paesi dove san Martino è protettore), la festa di San Martino risulta comunque particolarmente sentita dalla popolazione locale.
Anche in Sicilia il giorno del Santo entra in corrispondenza al periodo detto della svinatura. Per i palermitani quel giorno finisce l’inesauribile estate, che spesso si prolunga fino a primi giorni di novembre, e per l’occasione si gusta il vino novello che l’industria vinicola fa degustare aprendo le porte alle varie cantine disseminate nel triangolo vinicolo della provincia. Un altro proverbio recita che per san Martino, s’ammazza lu porcu e si sazza lu vinu, infatti, in alcune località siciliane si attendono questi giorni di Novembre per sopprimere il maiale e farne prosciutti, salami, zamponi e salsicce da spruzzare di vino novello appena spillato, durante la cottura.
Martino fu definito il patrono degli ubriaconi, che affollavano le varie “taverne” della città festeggiando solenni banchetti a base di verdure cotte: carduna, vruocculi e uova sode, accompagnati da abbondanti libagioni.
Chi aveva modeste possibilità, quel giorno si limitava ad accompagnare il suo modesto pasto con del vino “novello”. Per i più benestanti tutte le scuse erano buone per imbandire la tavola e quel giorno oltre a brindare con il vino novello, si mangiava abbondantemente e sulle ricche tavole era presente il tradizionale tacchino ruspante o, in alternativa, la carne di maiale la faceva da leone.
Per il San Martino dei poveri, nella tradizione palermitana, bisognava aspettare la prima domenica dopo l’undici novembre, il giorno dopo la riscossione della simanata (il salario settimanale), per concludere il frugale pasto domenicale con u viscottu i San Martino abbagnatu nn’o muscatu, (il biscotto di San Martino intriso nel moscato), vino liquoroso in genere offerto in dono dall’abituale fornitore di vino.
Confezionati con fior di farina impastata con il latte e fortemente lievitata e chiamati anche sammartinelli, hanno la forma di una pagnottella rotondeggiante della grossezza di un’arancia e l’aggiunta nell’impasto di semi d’anice (o finocchietto selvatico) conferisce loro un sapore e un profumo particolare. Cotti a fuoco lento, si presentano molto croccanti e friabilissimi ed in questa occasione vengono largamente consumati appunto abbagnati (inzuppati) nel vino liquoroso “moscato di Pantelleria” ricavato da uve inzolia o inzuppati nel vino appena spillato.
Oltre quello destinato ad essere inzuppato nel moscato, detto “tricotto” croccante e friabilissimo, esiste anche il “rasco”, più morbido e destinato ad essere riempito di crema di ricotta dolce oppure di conserva e decorato in modo quasi barocco, con glassa di zucchero a riccioli e ghirigori, sormontato da un cioccolattino e fiorellini di pasta reale.
Un’altra curiosa tradizione che ha luogo per San Martino è quella che si svolge a Palazzo Adriano, in provincia di Palermo. Una antica usanza d’origine balcanica vede i parenti di una coppia di sposi, farsi carico della costituzione della casa degli sposi novelli, insieme a tutto il cibo utile al rifornimento per l’anno in corso. Si prevede anche che durante le ore della mattina, alcuni bambini sfilino per le strade del paese, portando ceste piene dei tradizionali “pani di San Martino”.
Ai genitori dello sposo spetta in questa occasione regalare u quadaruni (la grossa pentola di rame) e a quelli della sposa a brascera (il braciere di rame) che serve a riscaldare la casa nei mesi invernali.
Nella piccola cittadina montana di Palazzolo Acreide, prima colonia della Siracusa greca, la tradizione suole accompagnare al vino delle ciambelline di patate fritte e zuccherate, mentre in altre zone del siracusano si preparano le zeppole che qui chiamano crispeddi.

sabato 10 agosto 2013

Le lacrime di Lorenzo

Della vita di San Lorenzo si sa pochissimo, è noto soprattutto per la sua morte, e anche lì con problemi. Le antiche fonti lo indicano come arcidiacono di papa Sisto II, cioè il primo dei sette diaconi allora al servizio della Chiesa romana. Assiste il papa nella celebrazione dei riti, distribuisce l’Eucaristia e amministra le offerte fatte alla Chiesa.
Viene dunque la persecuzione, e dapprima non sembra accanita: vieta le adunanze di cristiani, blocca gli accessi alle catacombe, esige rispetto per i riti pagani, ma non obbliga a rinnegare pubblicamente la fede cristiana. Nel 258, però, Valeriano ordina la messa a morte di vescovi e preti. Così il vescovo Cipriano di Cartagine, esiliato nella prima fase, viene poi decapitato, stessa sorte tocca ad altri vescovi e allo stesso papa Sisto II, ai primi di agosto del 258. Si racconta che Lorenzo lo incontri e gli parli, mentre va al supplizio. Poi il prefetto imperiale ferma lui, chiedendogli di consegnare “i tesori della Chiesa”.
Nella persecuzione sembra non mancare un intento di confisca e il prefetto deve essersi convinto che la Chiesa del tempo possieda chissà quali ricchezze. Lorenzo, comunque, chiede solo un po’ di tempo, si affretta poi a distribuire ai poveri le offerte di cui è amministratore e infine compare davanti al prefetto mostrandogli la turba dei malati, storpi ed emarginati che lo accompagna e dicendo: “Ecco, i tesori della Chiesa sono questi”.
Allora viene messo a morte e un’antica “passione”, raccolta da sant’Ambrogio, precisa: “Bruciato sopra una graticola”: un supplizio che ispirerà opere d’arte, testi di pietà e detti popolari per secoli. Celebre il passo in cui rivolgendosi ai suoi aguzzini dice: Assum est,... versa et manduca, “Sono cotto da questa parte, girami dall’altra e poi mangiami”. Ma gli studi dichiarano leggendaria questa tradizione. Valeriano non ordinò torture, si può ritenere che Lorenzo sia stato decapitato come Sisto II, Cipriano e tanti altri. Il corpo viene deposto poi in una tomba sulla via Tiburtina, su di essa Costantino costruirà una basilica, poi ingrandita via via da Pelagio II e da Onorio III e restaurata nel XX secolo, dopo i danni del bombardamento americano su Roma del 19 luglio 1943.
Fin dai primi secoli del cristianesimo, Lorenzo viene generalmente raffigurato come un giovane diacono rivestito della dalmatica (l’abito proprio dei diaconi, che indossano nelle celebrazioni liturgiche), con il ricorrente attributo della graticola o, in tempi più recenti, della borsa del tesoro della Chiesa romana da lui distribuito, secondo i testi agiografici, ai poveri. Gli agiografi sono concordi nel riconoscere in Lorenzo il titolare della necropoli della via Tiburtina a Roma. Il suo corpo è sepolto nella cripta della confessione di san Lorenzo insieme ai santi Stefano e Giustino. I resti furono rinvenuti nel corso dei restauri operati da papa Pelagio II.
Patrono di diaconi, rosticcieri, osti, cuochi, pompieri, bibliotecari e librai, nonché di numerosi comuni, viene invocato contro gli incendi, la lombaggine e le malattie delle viti.
Il suo attributo principale è la graticola, simbolo specifico del martirio, che lo accompagna sempre e lo contraddistingue, preferita da molti artisti proprio la scena leggendaria del martirio. Attributi secondari sono invece la palma, simbolo generico del martirio, e il libro, in riferimento alla diffusione del Vangelo.
La notte di san Lorenzo (10 agosto) è tradizionalmente associata al fenomeno delle stelle cadenti, considerate evocative delle lacrime versate dal santo quando fu martirizzato sui carboni ardenti, altri sostengono che si tratti invece delle fiammelle del fuoco su cui giaceva, in Grecia rappresentano invece la Trasfigurazione del Signore (6 agosto). In ogni caso la tradizione vuole che ogni persona che si fermi a ricordare i dolori patiti dal santo possa esprimere un desiderio nel momento che intravede una stella cadente.
In effetti, in questi giorni, la Terra, nel suo cammino intorno al Sole, attraversa in questo periodo dell’anno lo sciame meteorico delle Perseidi (il punto dal quale sembrano provenire tutte le scie, è collocato nella costellazione di Perseo), e quindi l’atmosfera terrestre è forata da un numero di meteore molto superiore a quello di altri mesi. Succede, come rilevato nel 1866 dall’astronomo Schiaparelli, che una cometa, la Swift Tuttle, nel suo passaggio (l’ultimo nel 1992) rilascia particelle che la Terra impatta sulla sua atmosfera a circa 60 km al secondo quando, dalla fine luglio al 20 agosto (meglio il 12 e il 13), passa da quelle parti.
Intorno al 10 agosto, Notte di San Lorenzo, gli impatti sono un centinaio all’ora, un fenomeno poeticamente inquietante, che sposta i sentimenti umani dall’angoscia esistenziale legata alla caduta, a quello pop e volutamente ingenuo dei desideri da esprimere perché si avverino.
Celebre la poesia di Giovanni Pascoli, intitolata appunto X agosto, scritta nel ricordo dell’assassinio del padre, che interpreta la pioggia di stelle cadenti come lacrime celesti e fa riferimento al pianto del cielo per la sua morte.

domenica 24 marzo 2013

L’olivo e le sue leggende


« Mi rivolgo a voi che avete il plauso di aver toccato con le mani la leggenda… »
Ricorre oggi la domenica delle Palme che nella tradizione cristiana ricorda l’ingresso trionfale a Gerusalemme di Gesù.
In occasione della sua ultima pasqua Gesù si recò nella città santa di Gerusalemme ove fu accolto come Messia dalla folla festante che lo acclamò gridando “Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore” e agitando rami d’ulivo e di palma.
Leggende sacre e profane, riti religiosi e simbolici, raffigurazioni mitologiche avvalorano l’importanza storica della cultura dell’olivo e il suo grande valore simbolico.
Dice la Bibbia che nel momento in cui gli alberi decisero di eleggere un Re, il primo ad essere designato come più meritevole di questa suprema dignità fu l’ulivo il quale, malgrado le vivaci insistenze rivoltegli, declinò l’incarico giustificando il suo rifiuto per il fatto che le cure del governo avrebbero potuto distrarlo dalla importante missione affidatagli da Dio a vantaggio degli uomini.
Racconta la leggenda che Noè dopo il diluvio universale fece uscire una colomba dall’arca e questa ritornò con un ramoscello di ulivo tra il becco, segno che le acque si erano ritirate e che la pace era sulla terra. Da qui la colomba assurge a simbolo di pace, con o senza ramoscello d’ulivo.
Sull’Acropoli di Atene esiste una pianta d’olivo che sembra abbia dato origine al mito. Scolpita sul frontone del Partenone, la mitologia greca tramanda che un giorno avvenne una contesa presso gli Dei dell’Olimpo, in particolare fra Poseidone (Nettuno per i romani) e Atena (Minerva per i romani) per la signoria dell’Attica; una nuova città stava nascendo sulle mosse colline: il destino aveva preparato per essa molte glorie. Non aveva ancora nome che le due divinità se ne disputavano ferocemente il possesso e Zeus (Giove per i romani), che quel giorno era di ottimo umore (non doveva tenere a bada gli amanti di Era né trasformarsi in pioggia per amare una donna), stabilì che avrebbe concesso il dominio (e intitolato la nuova città) a chi tra i due contendenti avesse portato il dono migliore.
Poseidone, scagliò  il suo tridente contro la roccia, fece sgorgare acqua di mare (un’altra fonte parla invece di percuotere la sabbia bagnata della battigia da cui ne scaturì un meraviglioso cavallo bianco che incominciò a correre sul bagnasciuga) asserendo che  con quel gesto gli ateniesi sarebbero stati i dominatori invincibili del mare.

Pàllade Atena invece si portò a ridosso delle mura in costruzione e sfiorò la terra con la sua lancia: d’incanto nacque immediatamente un albero dalle foglie d’argento con delle bacche verdi, l’olivo appunto. Esso serviva per illuminare la notte, per medicare le ferite e per offrire nutrimento alla popolazione. Era evidente che fra il potere che avrebbe procurato guerre e l’albero che avrebbe dato frutti, quindi benessere e pace, il dono di Atena era più utile, quindi fu lei a vincere la sfida, in suo onore la città venne chiamata Atene ed il culto greco le consacrò l’ulivo, che sorse nell’Acropoli a protezione della città di Atene, presidiato dai soldati perché sacro. Questa leggenda era raffigurata nella classica moneta da 100 lire che per molti anni ha circolato in Italia fino ad essere sostituita dall’euro.
A Roma l’olivo era dedicato a Minerva e Giove. I romani, pur nella loro praticità di considerare l’olio d’oliva come merce da esigere dai vinti, da commerciare, da consumare, mutuarono dai Greci alcuni aspetti simbolici dell’olivo. Onoravano i cittadini illustri con corone intrecciate di fronde di olivo, così pure gli sposi il giorno delle nozze; i morti infine venivano inghirlandati per significare di essere vincitori nelle lotte della vita umana.

Fu pianta sacra anche per i Sicelioti, i greci di Sicilia, a cui si deve la sua diffusione nell’isola, la tradizione vuole che l’ateniese Aristeo insegnò agli antichi siciliani come estrarre l’olio, inventando u trappitu (tradizionale oleificio a pressione), e per questo fu onorato con un tempio in suo onore a Siracusa. Ma, fu con la dominazione araba che la coltivazione dell’ulivo si diffuse maggiormente in Sicilia.
L’albero in origine era enorme, con il fusto e i rami diritti, come ogni albero che si rispetti, diritto e liscio come il pioppo.
Una seconda leggenda ci spiega come divenne contorto e spaccato come lo vediamo ora.
Dobbiamo trasferirci molti anni dopo, nel periodo della dominazione romana, quando Gesù Cristo fu condannato alla crocifissione. Alcuni soldati vennero inviati a cercare l’albero che sarebbe servito a fare la croce.
Il bosco cominciò a muoversi come fosse venuto un uragano, nessun albero voleva fare una cosa così atroce. Gli alberi, appena videro gli sgherri, cominciarono a pregare il cielo che gli fosse risparmiata la vita. I cedri e le palme fecero un sospiro di sollievo perché uno degli sgherri disse: “Né palme, né cedri fanno al caso nostro!”
Gli ulivi, invece, si sentirono perduti e così tentarono di sradicarsi, di torcersi, di ingobbirsi e iniziarono a gemere e a piegarsi in un susseguirsi di convulsioni, come se un vento fortissimo stesse squassando i rami e le foglie.
Si piegarono e torsero, talmente tanto che i rami si spezzarono, il tronco si piegò spaccando la corteccia. Alla fine rimasero fermi, impotenti a fuggire, ma inutili per sempre a diventare legno per la croce; i soldati  non riuscirono a trovare un solo tronco che corrispondesse alle necessità e dovettero andare altrove a cercare un altro tipo di albero.
Proseguirono la loro ricerca in un’altra foresta poco distante, una foresta di faggi e querce e fu proprio una grande quercia a dare il legno per la croce, ma gli olivi continuarono a crescere così per ricordare a tutti l’orrore evitato. Da allora l’albero dalle foglie d’argento vive felice di essere brutto ma contento di non essere stato usato per crocifiggere Gesù.